TocTocDoor, il primo Social Network di quartiere

TocTocDoor, il primo Social Network di quartiere

Da qualche parte esiste una camera tappezzata di poster e, al suo interno, c’è sicuramente un ragazzino brufoloso dotato di occhiali enormi ed ego minuscolo. La sua patologica paura dell’altro sesso è palpabile. Un giorno bussano alla porta di casa, lui apre e scopre che la capo cheerleader del liceo è sua vicina e ha finito lo zucchero.

Altrove c’è invece una casa che versa nel caos. Appartiene a una ragazza-madre single che annega nell’alcol e che consuma tre pacchetti di sigarette al giorno. Poi però suonano alla porta: è la nonnina del primo piano che ha fatto i biscotti e che vuole condividerli con lei.

Queste sono solo due delle classiche situazioni da film in cui i vicini si presentano alla porta con le scuse più disparate e danno il via a una serie di eventi che va sempre a finire nel migliore dei modi, almeno sul grande schermo.

Nella realtà -ammettiamolo- è già tanto se conosciamo il nome di battesimo del nostro dirimpettaio. Che ci vada pure a genio è quasi utopia. Non sarebbe però bellissimo se il nostro quartiere ricordasse la Stars Hollow del telefilm Gilmore Girls, dove tutti sono amici di tutti e si partecipa a eventi comunitari?

Forse ciò accade solo nelle serie TV, ma almeno adesso, grazie all’idea dei fratelli Trigiani, possiamo provare a scoprirlo.

Un anno fa, a Torino, è infatti nato TocTocDoor, il primo Social Network di quartiere che mira a farci entrare nelle case degli altri attraverso la porta più discreta: quella rassicurante del pc.

In un’epoca in cui le relazioni sociali si intrecciano sempre di più nella rete, una startup italiana ha pensato di approfittare di questo fatto per “avvicinare i vicini”.

Su TocTocDoor si possono condividere interessi, esperienze e informazioni utili al fine di scoprire se nei paraggi qualcuno possiede i nostri stessi hobby o semplicemente la nostra stessa voglia di fare nuove amicizie.

Il progetto è partito da alcuni quartieri centrali della capitale Piemontese, che pare essere stata quella con la risposta migliore ai sondaggi. Tutto ha avuto inizio con una campagna Facebook per poi evolversi nella distribuzione di volantini di invito all’interno degli esercizi commerciali delle zone interessate.

Vuoi portare il cane a spasso ma non hai voglia di farlo da solo? Vuoi proporre una gita in bicicletta ma i tuoi amici sono degli scansafatiche? Ti annoi e vuoi sapere se ci sono eventi particolari nel tuo quartiere? Beh, TocTocDoor ti da la possibilità di scoprire quante e quali porte si apriranno per te.

Il progetto TocTocDoor si trova su Facebook, su Twitter, su YouTube sul sito ufficiale.

L’utilizzo di Snapchat per comunicare i musei e gli spazi culturali

L’utilizzo di Snapchat per comunicare i musei e gli spazi culturali

Un museo è un luogo dove si dovrebbe perdere la testa” scrisse una volta Renzo Piano. Parole che Jake Marshall, un giovane visitatore del British Museum, ha preso forse troppo alla lettera: attraverso l’app di Snapchat ha prodotto una serie di selfie all’interno museo, utilizzando la funzione faceswap. Il risultato è che in decine di scatti la sua faccia è finita al posto di quelle raffigurate nelle opere esposte che a loro volta sono finite sul viso del visitatore. Marshall ha voluto promuovere questa sua iniziativa prima privatamente sul proprio profilo Facebook, poi pubblicamente su Reddit: da lì in poi il suo faceswap è stato un successone che ha generato 500mila e passa visualizzazioni. Mai tanta fama digitale per delle opere esposte in un museo.

Il futuro è uno Snap?
Che anche l’arte generi viralità su Snapchat non sorprende poi molto: stiamo parlando dell’app del momento, forte dei suoi 158 milioni di utenti attivi ogni giorno e del suo tasso di crescita spaventoso (+48% tra il 2015 e il 2016), capace di attirare un pubblico di giovanissimi, soprattutto adolescenti. Questo successo ha generato una rincorsa a “copiare” Snapchat: basti pensare che su Instagram, Messenger, WhatsApp e la stessa applicazione di Facebook sono apparsi di recente sia i filtri creativi, sia le opzioni per inviare foto e video che scompaiono da soli. Dall’altra parte su queste app hanno fatto capolino le stesse Storie, con un funzionamento praticamente identico a quelle che sono già presenti su Snapchat. Non è un caso quindi che la Snap Inc. che possiede e sviluppa Snapchat si è appena quotata in borsa: nel suo primo giorno è passata dai 17 dollari del prezzo iniziale a 24,48 dollari, diventando una IPO, il termine che Wall Street utilizza per indicare una delle offerte pubbliche iniziali di maggiore successo degli ultimi anni.

Non solo brand
Per mettere un’ipoteca sulla generazione dei millennials, una quantità sempre più numerosa di aziende (soprattutto nel settore del fashion) ha iniziato a investire in Snapchat utilizzando le tante funzionalità a disposizione e cercando di parlare lo stesso linguaggio accattivante dei giovanissimi utenti che utilizzano la piattaforma. Ma ad aprire canali Snapchat non sono stati solo i brand: negli ultimi anni molti musei, gallerie d’arte e spazi culturali hanno deciso di snappare per intercettare il pubblico di teenagers, sperimentando delle strategie che mixano la dimensione ricreativa a quella educativa e divulgativa, un po’ come la simpatica improvvisazione di Jake Marshall al British Museum. Dall’altra parte, come perdere un’occasione simile? Ecco di seguito alcune dei tentativi più riusciti di grandi e piccoli musei che hanno aperto un loro profilo su Snapchat.

Los Angeles County Museum of Art (Los Angeles, USA)
Il prestigioso LACMA di Los Angles è stato uno dei primi musei ad aprire un canale su Snapchat e ha offerto una narrazione intelligente e dissacrante del proprio patrimonio artistico: alcuni capolavori storici sono stati “riletti” attraverso riferimenti alla cultura pop. Ad esempio un dipinto del 17esimo secolo di Simon Vouet è stato accostato ad un verso di una canzone della rapper Iggy Azalea (amatissima dai giovani) mentre il celebre quadro Leda e il cigno di François Boucher si è ritrovato come didascalia una frase di Jon Snow presa direttamente dalla serie di Games of Thrones.


Grazie a questa strategia creativa, ammiccante e divertente il profilo del LACMA ha guadagnato in poco tempo decine di migliaia di seguaci e recentemente ha promosso anche strategie più strutturate. In partnership con Disney il museo ha lanciato infatti una campagna Snapchat per raccontare i grandi classici del gigante dell’intrattenimento attraverso le proprie opere d’arte e sugli account Snapchat OhMyDisney e LACMA è stata rivisitata attraverso degli snap modificati una storia come “La bella e la bestia”.

Blanton Museum of Art (Austin, USA)
Una strategia simile è stata sperimentata anche dal Blanton Museum of Art di Austin. Gli scatti su Snapchat sono stati accompagnati da didascalie che contestualizzavano le opere d’arte alle atmosfere del 21° secolo, parlando uno slang 2.0 che si utilizza sui meme e sulle immagini di tumblr. Il ragionamento di Alie Cline, responsabile della comunicazione digital del museo, è stato molto semplice:

“se il 77% degli studenti universitari utilizzano Snapchat almeno una volta al giorno, per noi, un museo d’arte dell’Università del Texas, diventa fondamentale raggiungerli direttamente sui loro smartphone”.


La sfida insomma, è sorprendere l’utente contraddicendo l’idea che raccontare un museo debba essere per forza di cose un’attività noiosa e demodé. Il risultato, invece, è stato a dir poco travolgente: perché oltre a dimostrare che un’opera d’arte ideata 300 anni fa può essere attualizzata al mondo di oggi, l’utilizzo di Snapchat può rendere la stessa idea di museo più appetibile e vicina alla dimensione quotidiana dei giovani, anche con quel pizzico di autoironia che non guasta mai. Dall’altra parte sempre Cline fa notare che

“una parte del fascino di Snapchat è che permette ai musei di prendere in giro se stessi.”

Casa Batllo (Barcellona, Spagna) e Museum of Fine Arts (Boston, USA)
Se non sono le didascalie, sono le emoticons a innescare contrasto e creatività con le opere d’arte di un museo: è il caso di Casa Battlo, popolarissima opera architettonica di Gaudì e patrimonio Mondiale dell’UNESCO dal 2005. Come ha spiegato Pilar Delgaldo

“Su Snapchat pubblichiamo il lato “B” di Casa Batlló, quello che non si vede durante le visite perché raccontiamo cosa accade nel nostro ufficio, abbinato a emoticons, in formato sia audio che video”


La strategia vincente qui è la genuinità degli scatti:

“uno degli aspetti più interessanti di Snapchat è l’immediatezza e la trasparenza. Non è possibile ritoccare le foto come in altri social o programmare contenuti, questo fa si che il contenuto sia credibile.”

Le emoticons fanno capolino anche sul canale Snapchat del Museum of Fine Arts di Boston: questa volta le protagoniste sono le opere d’arte, declinate dalla loro rappresentazione in forma di “faccine”.

Honolulu Museum of Art (Honolulu, USA)
Anche uno dei maggiori e più antichi musei degli Stati Uniti, l’Honolulu Museum of Art ha saputo giocare in modo innovativo sul proprio canale Snapchat. Lo ha fatto innanzitutto grazie alla funzione faceswap, magari ispirandosi all’esperienza di visita di Jake Marshall che abbiamo raccontato ad inizio post. Il Social Media Manager del museo si è divertito a “swappare” la propria faccia con quelle di alcune opere d’arte, siano esse sculture o dipinti.


In seconda battuta il museo ha sperimentato diversi concorsi utilizzando proprio Snapchat: ad esempio ha promosso una concorso creativo di doodle a tema “spazio”, invitando gli utenti a scattare degli snap delle opere d’arte e disegnarci sopra fantasie “spaziali”. Contest di questo tipo sono proposti periodicamente e in palio ci sono perfino biglietti per serate esclusive, incluse le cene cucinate dallo chef del museo: niente male, visto il costo di due ingressi per feste di questo tipo si aggira intorno ai 300 dollari.

Denver Museum of Art (Denver, USA)
Un ultimo bell’esempio di coinvolgere i visitatori attraverso Snapchat è l’utilizzo dei geofilter: si tratta di particolari adesivi che appaiono solo in determinate aree geografiche (delimitate da chi li genera) e che vengono declinati graficamente per identificare il luogo da cui un utente ha inviato uno snap. Ovviamente i musei sono dei luoghi perfetti dove promuovere l’uso di geofilter e il Denver Art Museum ha colto l’occasione al volo, invitando i visitatori ad utilizzarli in vari luoghi della struttura mentre “snappano” immagini e video.


Secondo Elle Welch, responsabile Media del Museo, i geofilter hanno saputo intercettare il desiderio creativo dei millenials:

“siamo uno dei primi luoghi di interesse a Denver ad avere generato un Geofilter. Sapevate che quattro milioni di scatti vengono inviati ogni giorno su Snapchat? È eccitante sapere che ora il Denver Museum of Art fa parte di questo gigantesco flusso creativo.”

Te lo buco quel pallone
Didascalie, emoticon, faceswap, contest creativi, geofilter e cacce al tesoro: il panorama delle sperimentazioni dei musei su Snapchat è comunque in continua evoluzione. E mentre da noi in Italia è stato Palazzo Grassi uno dei primi musei ad aver attivato un canale Snapchat, molte altre istituzioni museali si stanno attrezzando per entrare in sintonia con un linguaggio digitale tanto nuovo quanto necessario da padroneggiare. Perché mentre un tempo l’approccio verso i passatempi delle generazioni emergenti era “te lo buco quel pallone” oggi quelli stessi passatempi possono diventare un mezzo prezioso per entrare in contatto con un pubblico di giovanissimi e coinvolgerlo in una nuova esperienza di visita degli spazi culturali. Per chi promuove la comunicazione dei musei dunque non restano molte alternative: con quel “pallone” è necessario giocare.

#MuseumInstaSwap: 18 Musei di New York si sono raccontati a vicenda su Instagram

#MuseumInstaSwap: 18 Musei di New York si sono raccontati a vicenda su Instagram

Ieri, martedì 2 febbraio, è stata una giornata singolare per gli utenti di Instagram che seguono gli account di alcuni musei di New York. Chi sfogliava le foto postate del Jewish Museum all’improvviso si è trovato davanti le opere d’arte dello Studio Museum di Harlem. Chi ha navigato nell’account dell’American Museum of Natural History ha visto i dipinti e le sculture del MoMa (e viceversa).

#MuseumInstaSwap
Lungi dall’essere stato un bug generalizzato su Instagram, gli utenti hanno vissuto in prima persona l’iniziativa #MuseumInstaSwap, con la quale ben 18 musei della grande mela hanno deciso per 24 ore di postare sul proprio account Instagram le opere storiche, artistiche o naturali di un altro museo (che ha ricambiato facendo lo stesso). A tutti gli effetti dei veri e propri gemellaggi su Instagram, in cui un museo ha fatto eco ad un altro e a cui hanno partecipato alcuni fra i più importanti spazi culturali di New York, molto diversi fra loro: dall’Intrepid al Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum, dal Queens Museum fino al Metropolitan Museum of Art.

Da Londra a New York: come funziona
Una sorta di “partnership social”, che prende ispirazione da un progetto simile a cui hanno preso parte dieci musei di Londra nel 2015, fra cui il British Museum e il Victoria and Albert Museum. Ma come funziona esattamente? A New York il referente digital di un museo è stato invitato a visitare il museo da raccontare in diretta su Instagram, e viceversa, per poi procedere ad uno storytelling “incrociato”. Ma l’accoppiamento fra musei non è stato casuale: è stato invece il risultato di un processo di selezione in cui ogni museo ha compilato una lista preferenziale di altre realtà con cui avrebbe voluto essere “swappato”. E’ stato poi un algoritmo che, considerando tutte le preferenze, ha accoppiato i musei partecipanti.

Non solo una condivisione di pubblici
Ma con #MuseumInstaSwap non solo si sono condivisi i rispettivi pubblici su Instagram. In modo sorprendente sono anche nate collaborazioni diverse su terreni inaspettatamente vicini. Ad esempio il Museo di Arte e Design ha scoperto di avere un sacco di cose in comune con il Whitney Museum of American Art. E chi avrebbe detto che il Museum of Contemporary African Diasporan Art avrebbe trovato di avere la stessa mission culturale con la Neue Galerie di New York (un museo di arte tedesca e austriaca)? Perfino Gretchen Scott, il direttore del marketing digitale del MoMA, si è detto entuasiasta di esplorare il Museo di Storia Naturale scoprendo che molti degli artisti che hanno dipinto gli sfondi dei diorami del Museo di Storia Naturale hanno lavorato proprio al MoMa. In questo senso il #MuseumInstaSwap, è diventato anche un modo per conoscere meglio se stessi raccontando gli altri. Dopotutto, come scrisse Paul Aster, “basta guardare qualcuno in faccia un po’ di più, per avere la sensazione alla fine di guardarti in uno specchio”.

Onehundredforty: il servizio creativo che trasforma i tweets in stampe d’arte

Onehundredforty: il servizio creativo che trasforma i tweets in stampe d’arte

Quante volte ci capita di leggere un tweet talmente geniale che vorremo stamparlo, incorniciarlo e magari attaccarlo al muro della nostra casa o del nostro ufficio? Onehundredforty, il servizio creativo ideato dalla designer svedese Amelia Shroye e dai suoi colleghi dell’agenzia House of Radon, risponde proprio a questa esigenza: bastano pochi click e un qualunque tweet scelto dall’utente può essere trasformato dall’applicazione in una vera e propria stampa artistica, sfruttando un algoritmo che combina fra di loro diversi parametri (disegni, foto, font) creati appositamente da alcuni artisti coinvolti nel progetto.

I creatori del servizio (attualmente ancora in fase di crowdfunding su Kickstarter), ci tengono a precisare che alla base del progetto c’è la volontà di rendere ogni stampa un pezzo unico: ovvero ogni singolo poster prodotto avrà la propria combinazione di design, e non potranno essere venduti più poster con la stessa combinazione. Al momento del lancio il servizio saranno coinvolti 15 artisti diversi, con 50 disegni originali e con più di 5000 possibili risultati progettuali. “E questo” – dicono “è solo l’inizio”.

#EmptyReggia: La Venaria Reale come non l’avete mai vista

#EmptyReggia: La Venaria Reale come non l’avete mai vista

Un mese fa avevamo pubblicato su questo blog un post dove raccontavamo la straordinaria capacità del movimento #empty di immortalare con scatti su Instagram i musei chiusi al pubblico: un’idea di visita digitale dei musei del fotografo di Brooklyn Dave Krugman, che in poco tempo è stata realizzata in diversi spazi culturali in tutto il mondo, dal Metropolitan Museum di New York alla Tate Modern di Londra. Visto il successo che aveva riscosso il nostro post e l’immaginario che apriva, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di organizzare un evento simile anche in Italia: e quale miglior luogo se non l’incredibile scenografia offerta dalla Reggia di Venaria che era ancora chiusa al pubblico per la pausa invernale?


Le regole per organizzare un evento #empty
Abbiamo iniziato a pensare all’evento coinvolgendo gli Igers Torino e gli Igers Piemonte, le community degli appassionati di fotografia mobile di Torino e del Piemonte che sono stati fin da subito entusiasti di fare parte di un’esperienza irripetibile. Insieme a loro, e grazie anche ai preziosi suggerimenti dello stesso Krugman, abbiamo stabilito alcune regole per realizzare l’evento nel miglior modo possibile con la Reggia di Venaria completamente vuota:

– Un massimo di otto Igers per non rendere troppo “ingombrante” il gruppo di persone;
– Un massimo di tre ore di “cattura” della Reggia di Venaria;
– L’uso dell’hahstag #emptyReggia per le foto pubblicate su Instagram.

L’obbiettivo è stato quello di concedere la massima libertà creativa agli igers, che hanno avuto la possibilità giocare con la luce, l’architettura e le meravigliose prospettive offerte dalla Reggia e suoi giardini. E il risultato è stato a dir poco incredibile.


Per approfondire l’esperienza di #emptyreggia, abbiamo chiesto ai partecipanti di raccontarci cosa hanno provato, ma anche che significato può avere un evento del genere per un’istituzione museale e perché è valsa la pena renderla possibile. Abbiamo intervistato Valentina Rossetti, una delle Igers che ha sabato scorso ha immortalato la Reggia a porte chiuse e Matteo Fagiano dell’ufficio Stampa e Relazioni esterne La Venaria Reale.

Intervista a Valentina Rossetti, Local Manager Igers Torino

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Valentina Rossetti

Otto membri delle vostre community di igers torinesi e piemontesi sono stati chiamati per raccontare la Reggia di Venaria in modo unico ed esclusivo. Vi era mai capitato di partecipare ad un evento del genere? Come vi siete coordinati fra di voi per realizzarlo al meglio?
Il rapporto tra musei e community di Instagramers locali si è consolidato nel tempo grazie a diverse attività. Esempi sono: la visita #warholmilano della community meneghina che ha potuto raccontare la mostra di Andy Warhol a Palazzo Reale o l’attività #CupForFund di Instagramers Torino a Palazzo Madama. E’ però la prima volta che una struttura viene aperta esclusivamente per 8 Igers. Questo è stato un grande privilegio per noi. Abbiamo quindi sfruttato questa opportunità per selezionare alcuni tra gli Igers più creativi e seguiti su territorio piemontese e radunarli per raccontare al meglio questa esperienza.

Qual’è la differenza fra fotografare un museo aperto al pubblico e uno che invece è stato aperto esclusivamente per te e per pochi altri intimi? Che grado di libertà creativa si può raggiungere attraversandolo in questo modo?
La differenza è abissale. Un museo aperto al pubblico, soprattutto durante i weekend, non consente quella libertà creativa che si ha visitando un museo a porte chiuse. Ancor di più nel caso di una location come la Reggia di Venaria, che ha spazi molto ampi e suggestivi, essere soli significa potersi prendere tutto lo spazio necessario per produrre scatti senza “imprevisti umani” e il tempo per spingersi verso composizioni meno convenzionali. Abbiamo avuto la possibilità di vivere il luogo in modo più intimo, perché lo abbiamo vissuto in tranquillità, ci siamo appropriati dello spazio sperimentando scatti diversi e così facendo abbiamo creato qualcosa di nuovo da immortalare attraverso la lente del nostro smartphone. Insomma, quante volte può capitare nella vita di potersi sdraiare a terra in una sala della Reggia di Venaria e rimanerci tutto il tempo necessario perché lo scatto sia fatto come lo esige l’autore?


Quali sono i luoghi e gli spazi completamenti vuoti de La Venaria Reale che vi hanno più impressionato?
I giardini esterni ci hanno impegnato per la maggior parte del tempo. Nonostante fosse pieno inverno, la magia di quel luogo così esteso e solitario, immerso in un contesto verdeggiante da cui è possibile vedere le montagne ci ha colpito così tanto da esigere un’ora buona di scatti. L’altra grande tappa, che ci ha lasciato letteralmente senza fiato, è rappresentata sicuramente dalla Galleria Grande. La sua bellezza ci ha inizialmente intimiditi, lasciandoci sulla porta ad ammirarla, quasi avessimo paura di calpestarla. Il tempo a nostra disposizione e la tranquillità data dall’essere soli ci hanno permesso di prendere confidenza con il luogo e produrre alcuni dei migliori scatti della giornata.


Che feedback hanno ricevuto i vostri scatti #emptyreggia postati su Instagram?
Sono stati un vero successo. A parte i tanti apprezzamenti da parte dell’intera community di Instagramers, abbiamo ricevuto i complimenti da parte di Dave Krugman, fondatore di #EmptyMuseum. Alcuni dei nostri scatti sono stati inoltre selezionati da numerosi account community che “premiano” giornalmente gli scatti più belli di Instagram a livello internazionale.

In generale, come avete vissuto questa esperienza? Sareste disponibili a ripeterla in altri musei italiani?
E’ stata un’ esperienza assolutamente positiva e stimolante, che ci ha motivato a pensare altre attività con questo approccio. Ci piacerebbe perciò partecipare in futuro ad altri progetti che prevedano la fruizione a porte chiuse di un luogo di cultura coinvolgendo, perché no, una gruppo più allargato della community Instagramers Piemonte.


Intervista a Matteo Fagiano, Ufficio Stampa e Relazioni esterne La Venaria Reale.

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Matteo Fagiano

La Reggia di Venaria è stato il primo museo in Italia ad ospitare un evento #empty. Cos’è che vi ha spinto ad aderire subito a questa iniziativa?
L’entusiasmo per un progetto davvero affascinante e la consapevolezza degli straordinari spunti che Instagram offre dal punto di vista dell’originalità e della viralità dei contenuti.

La Reggia è uno dei luoghi più visitati d’Italia, nell’ultimo periodo di apertura ha registrato più di 155 mila visitatori. Che effetto fa aprirla durante la pausa invernale per un gruppo di sole otto persone?
È stata un’esperienza particolare: la condivisione di un privilegio del quale, noi che abbiamo la fortuna di lavorarci, possiamo godere in ogni momento dell’anno. Muoversi per le sale e i Giardini della Reggia quando sono chiuse al pubblico è qualcosa di magico.

Tu hai accompagnato gli igers durante il percorso di visita. Come hanno reagito a gironzolare per una Reggia tutta per loro? Che differenza hai notato rispetto ai normali visitatori?
La soggezione iniziale, quasi una sorta di rispetto reverenziale, ha lasciato presto spazio alla voglia di divertirsi e di stupire. Li ho visti prendere confidenza con gli ambienti e lasciarsi guidare volta per volta dalle suggestioni del momento. Soprattutto mi ha stupito come non si siano limitati a ritrarre la Reggia vuota, ma abbiano cercato, quasi come se ne sentissero l’urgenza, di riempirla con il loro estro e la loro creatività.


Quali sono le caratteristiche estetiche della Reggia di Venaria che secondo te sono state più valorizzate da #emptyreggia?
La luce e le ombre, i riflessi, gli assi prospettici, le sfumature cromatiche. E più di ogni cosa la sua incredibile versatilità: la Reggia riesce ad essere sempre bellissima, che sia ritratta in un dipinto del Seicento o in una foto su Instagram.

Come si inserisce un evento del genere nella visione più generale della Reggia di Venaria di raccontare e farsi raccontare attraverso i nuovi media e le nuove tecnologie?
La Venaria Reale è un bene di tutti, vogliamo condividerla con più persone possibile e con ogni mezzo a disposizione. I social media ci danno l’opportunità di raggiungere luoghi lontani e pubblici diversi. Ci crediamo molto e i risultati di un evento come questo ci confermano che stiamo andando nella giusta direzione.