#EmptyReggia: La Venaria Reale come non l’avete mai vista

#EmptyReggia: La Venaria Reale come non l’avete mai vista

Un mese fa avevamo pubblicato su questo blog un post dove raccontavamo la straordinaria capacità del movimento #empty di immortalare con scatti su Instagram i musei chiusi al pubblico: un’idea di visita digitale dei musei del fotografo di Brooklyn Dave Krugman, che in poco tempo è stata realizzata in diversi spazi culturali in tutto il mondo, dal Metropolitan Museum di New York alla Tate Modern di Londra. Visto il successo che aveva riscosso il nostro post e l’immaginario che apriva, abbiamo pensato che fosse giunto il momento di organizzare un evento simile anche in Italia: e quale miglior luogo se non l’incredibile scenografia offerta dalla Reggia di Venaria che era ancora chiusa al pubblico per la pausa invernale?


Le regole per organizzare un evento #empty
Abbiamo iniziato a pensare all’evento coinvolgendo gli Igers Torino e gli Igers Piemonte, le community degli appassionati di fotografia mobile di Torino e del Piemonte che sono stati fin da subito entusiasti di fare parte di un’esperienza irripetibile. Insieme a loro, e grazie anche ai preziosi suggerimenti dello stesso Krugman, abbiamo stabilito alcune regole per realizzare l’evento nel miglior modo possibile con la Reggia di Venaria completamente vuota:

– Un massimo di otto Igers per non rendere troppo “ingombrante” il gruppo di persone;
– Un massimo di tre ore di “cattura” della Reggia di Venaria;
– L’uso dell’hahstag #emptyReggia per le foto pubblicate su Instagram.

L’obbiettivo è stato quello di concedere la massima libertà creativa agli igers, che hanno avuto la possibilità giocare con la luce, l’architettura e le meravigliose prospettive offerte dalla Reggia e suoi giardini. E il risultato è stato a dir poco incredibile.


Per approfondire l’esperienza di #emptyreggia, abbiamo chiesto ai partecipanti di raccontarci cosa hanno provato, ma anche che significato può avere un evento del genere per un’istituzione museale e perché è valsa la pena renderla possibile. Abbiamo intervistato Valentina Rossetti, una delle Igers che ha sabato scorso ha immortalato la Reggia a porte chiuse e Matteo Fagiano dell’ufficio Stampa e Relazioni esterne La Venaria Reale.

Intervista a Valentina Rossetti, Local Manager Igers Torino

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Valentina Rossetti

Otto membri delle vostre community di igers torinesi e piemontesi sono stati chiamati per raccontare la Reggia di Venaria in modo unico ed esclusivo. Vi era mai capitato di partecipare ad un evento del genere? Come vi siete coordinati fra di voi per realizzarlo al meglio?
Il rapporto tra musei e community di Instagramers locali si è consolidato nel tempo grazie a diverse attività. Esempi sono: la visita #warholmilano della community meneghina che ha potuto raccontare la mostra di Andy Warhol a Palazzo Reale o l’attività #CupForFund di Instagramers Torino a Palazzo Madama. E’ però la prima volta che una struttura viene aperta esclusivamente per 8 Igers. Questo è stato un grande privilegio per noi. Abbiamo quindi sfruttato questa opportunità per selezionare alcuni tra gli Igers più creativi e seguiti su territorio piemontese e radunarli per raccontare al meglio questa esperienza.

Qual’è la differenza fra fotografare un museo aperto al pubblico e uno che invece è stato aperto esclusivamente per te e per pochi altri intimi? Che grado di libertà creativa si può raggiungere attraversandolo in questo modo?
La differenza è abissale. Un museo aperto al pubblico, soprattutto durante i weekend, non consente quella libertà creativa che si ha visitando un museo a porte chiuse. Ancor di più nel caso di una location come la Reggia di Venaria, che ha spazi molto ampi e suggestivi, essere soli significa potersi prendere tutto lo spazio necessario per produrre scatti senza “imprevisti umani” e il tempo per spingersi verso composizioni meno convenzionali. Abbiamo avuto la possibilità di vivere il luogo in modo più intimo, perché lo abbiamo vissuto in tranquillità, ci siamo appropriati dello spazio sperimentando scatti diversi e così facendo abbiamo creato qualcosa di nuovo da immortalare attraverso la lente del nostro smartphone. Insomma, quante volte può capitare nella vita di potersi sdraiare a terra in una sala della Reggia di Venaria e rimanerci tutto il tempo necessario perché lo scatto sia fatto come lo esige l’autore?


Quali sono i luoghi e gli spazi completamenti vuoti de La Venaria Reale che vi hanno più impressionato?
I giardini esterni ci hanno impegnato per la maggior parte del tempo. Nonostante fosse pieno inverno, la magia di quel luogo così esteso e solitario, immerso in un contesto verdeggiante da cui è possibile vedere le montagne ci ha colpito così tanto da esigere un’ora buona di scatti. L’altra grande tappa, che ci ha lasciato letteralmente senza fiato, è rappresentata sicuramente dalla Galleria Grande. La sua bellezza ci ha inizialmente intimiditi, lasciandoci sulla porta ad ammirarla, quasi avessimo paura di calpestarla. Il tempo a nostra disposizione e la tranquillità data dall’essere soli ci hanno permesso di prendere confidenza con il luogo e produrre alcuni dei migliori scatti della giornata.


Che feedback hanno ricevuto i vostri scatti #emptyreggia postati su Instagram?
Sono stati un vero successo. A parte i tanti apprezzamenti da parte dell’intera community di Instagramers, abbiamo ricevuto i complimenti da parte di Dave Krugman, fondatore di #EmptyMuseum. Alcuni dei nostri scatti sono stati inoltre selezionati da numerosi account community che “premiano” giornalmente gli scatti più belli di Instagram a livello internazionale.

In generale, come avete vissuto questa esperienza? Sareste disponibili a ripeterla in altri musei italiani?
E’ stata un’ esperienza assolutamente positiva e stimolante, che ci ha motivato a pensare altre attività con questo approccio. Ci piacerebbe perciò partecipare in futuro ad altri progetti che prevedano la fruizione a porte chiuse di un luogo di cultura coinvolgendo, perché no, una gruppo più allargato della community Instagramers Piemonte.


Intervista a Matteo Fagiano, Ufficio Stampa e Relazioni esterne La Venaria Reale.

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Matteo Fagiano

La Reggia di Venaria è stato il primo museo in Italia ad ospitare un evento #empty. Cos’è che vi ha spinto ad aderire subito a questa iniziativa?
L’entusiasmo per un progetto davvero affascinante e la consapevolezza degli straordinari spunti che Instagram offre dal punto di vista dell’originalità e della viralità dei contenuti.

La Reggia è uno dei luoghi più visitati d’Italia, nell’ultimo periodo di apertura ha registrato più di 155 mila visitatori. Che effetto fa aprirla durante la pausa invernale per un gruppo di sole otto persone?
È stata un’esperienza particolare: la condivisione di un privilegio del quale, noi che abbiamo la fortuna di lavorarci, possiamo godere in ogni momento dell’anno. Muoversi per le sale e i Giardini della Reggia quando sono chiuse al pubblico è qualcosa di magico.

Tu hai accompagnato gli igers durante il percorso di visita. Come hanno reagito a gironzolare per una Reggia tutta per loro? Che differenza hai notato rispetto ai normali visitatori?
La soggezione iniziale, quasi una sorta di rispetto reverenziale, ha lasciato presto spazio alla voglia di divertirsi e di stupire. Li ho visti prendere confidenza con gli ambienti e lasciarsi guidare volta per volta dalle suggestioni del momento. Soprattutto mi ha stupito come non si siano limitati a ritrarre la Reggia vuota, ma abbiano cercato, quasi come se ne sentissero l’urgenza, di riempirla con il loro estro e la loro creatività.


Quali sono le caratteristiche estetiche della Reggia di Venaria che secondo te sono state più valorizzate da #emptyreggia?
La luce e le ombre, i riflessi, gli assi prospettici, le sfumature cromatiche. E più di ogni cosa la sua incredibile versatilità: la Reggia riesce ad essere sempre bellissima, che sia ritratta in un dipinto del Seicento o in una foto su Instagram.

Come si inserisce un evento del genere nella visione più generale della Reggia di Venaria di raccontare e farsi raccontare attraverso i nuovi media e le nuove tecnologie?
La Venaria Reale è un bene di tutti, vogliamo condividerla con più persone possibile e con ogni mezzo a disposizione. I social media ci danno l’opportunità di raggiungere luoghi lontani e pubblici diversi. Ci crediamo molto e i risultati di un evento come questo ci confermano che stiamo andando nella giusta direzione.

Gli Hangouts On Air per un museo espanso e partecipativo

Gli Hangouts On Air per un museo espanso e partecipativo

In un bel libro di Roberto Peregalli, “I luoghi e la polvere” (edito da Bompiani), a un certo punto l’autore scrive: “il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e fecondo”. La vera sfida per i musei di oggi è in effetti quella di presentarsi come luoghi in cui la tradizionale visita sia capace di generare dialogo ed apprendimento. Il museo non solo come vetrina ma, in un’ottica di rinnovamento dei processi di accesso alla cultura, anche come punto d’incontro e conversazione, capace di coinvolgere il pubblico attraverso nuovi strumenti di socializzazione a disposizione in rete. Uno di questi, senza dubbio, è l’Hangout On Air di Google: questo servizio permette di ripensare la comunicazione e la collaborazione online, aprendo nuovi scenari anche (e soprattutto) per le istituzioni museali. Si tratta a tutti gli effetti di ripensare lo spazio culturale come luogo di capace di incontrare e parlare con il visitatore oltre le proprie mura: un modo innovativo di costruire un vero e proprio “museo espanso”.

Gli Hangouts On Air: cosa sono e come funzionano
L’Hangout è un videoritrovo virtuale basato sulla videochiamata fra più utenti di Google Plus, utile per discutere face-to-face con un massimo di 10 persone. Un Hangout on Air (Hangout in diretta), differisce dal semplice Hangout perché è trasmesso pubblicamente ed aperto a tutti, non solo a quelli che intervengono all’interno della videochiamata: proprio per questo il flusso video della chiamata è pubblicato anche sul canale YouTube, collegato al profilo o alla pagina Google Plus dal quale viene attivato. Tutti possono effettuare un Hangout on Air, basta avere una buona connessione, una webcam e un profilo o pagina Google Plus collegata ad un canale Youtube. Inoltre una serie di estensioni interne al servizio permettono di rendere l’esperienza più interattiva, come ad esempio la possibilità di consentire agli spettatori di commentare e/o inviare domande agli interlocutori.

Gli Hangouts On Air per l’insegnamento e l’educazione all’arte
Un primo uso interessante di hangouts On air è ad esempio connettere i servizi educativi dei musei con i visitatori. In questo senso il MoMa ha proposto un format didattico, gli #ArtHang, per far conversare esperti d’arte con la propria community, coinvolgendo gli utenti in vere e proprie “classi virtuali”.

La sfida è quella avvicinare gli educatori dei musei ad un pubblico, quello di chi vuole approfondire alcuni aspetti del mondo dell’arte, spesso troppo difficile da intercettare (a causa anche semplicemente di problemi logistici). Gli Hangouts in diretta consentono invece di raggiungere chiunque abbia voglia di imparare senza limiti di numero o di fuso orario e il sistema di archiviazione su Youtube permette di collezionare una serie di video sempre fruibili in ogni momento, anche successivamente alla lezione live.

Il museo si fa intrattenitore: l’esempio del Tate
Oltre ad appuntamenti dedicati alla didattica e alla formazione, grazie agli hangout on Air, un museo può anche però proporsi come polo attrattivo per promuovere conversazioni digitali su temi più generali dove l’istituzione museale si confronta con altre culture, coinvolgendo giornalisti, blogger ed opinion leader.

Il Tate ad esempio ha lanciato una serie di appuntamenti mensili alternando per ogni appuntamento un diverso interlocutore: “La musica incontra l’arte”, “La moda incontra l’arte”, “La fotografia incontra l’arte” e così via.

Raccontare le mostre in diretta streaming
Ma il servizio di Hangout on Air può diventare anche un’occasione per accompagnare il visitatore in un tour (in questo caso virtuale) per conoscere una nuova mostra del Museo. Ad esempio, il Nasher Museum di Durham ha utilizzato Hangout on Air per presentare dei pezzi forti di una mostra su Mirò, con il curatore che ha approfondito alcune opere direttamente in diretta streaming.

Utilizzando le apps integrate agli Hangouts che permettono l’interazione di utenti durante lo streaming, è stato possibile anche inviare domande in tempo reale al curatore durante la sua presentazione.

Promuovere le tavole rotonde fra i musei
Un altro uso interessante degli Hangouts On Air è quello di consentire un dialogo trasparente e collaborativo fra i musei su problemi comuni o su tematiche che necessitano un dibattito fra più attori.

La National Art Education Association (NAEA) ad esempio si è fatta promotrice di un format, il “Peer2Peer”, per far dialogare alcune organizzazioni museali in un confronto pubblico ed aperto agli utenti della Rete.

Connettere artisti e pubblico
Non mancano poi esempi veramente innovativi nell’utilizzo di hangout on-air, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra artisti e pubblico: in questi casi il servizio di live streaming apre nuove possibilità di conversazione connettendo l’utente direttamente con l’autore di un’opera d’arte.

In alcuni casi, come nella performance in live streaming dell’artista Autumn Ahn, l’utente attraverso Hangout on Air è stato coinvolto nella “genesi” stessa di un’opera d’arte, diventando parte dell’installazione.

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 giorni per innamorarsi.
Suona un po’ come un film che abbiamo già visto, invece si tratta di un esperimento condotto da Jessica Walsh e Timothy Goodman nel 2013.

A rafforzare questo senso di questacosanonmiènuova, il fatto che i protagonisti siano entrambi big del graphic design newyorkese: lei è la Walsh socia del celebre studio Sagmeister & Walsh, lui vanta clienti come The New Yorker e Airbnb.

Jessica e Tim sono amici di vecchia data: lei è un’inguaribile romantica, lui non crede nelle relazioni stabili. Ritrovandosi single nello stesso momento decidono di dare il via ad un esperimento che dovrebbe modificare il proprio comportamento all’interno di una relazione. Per 40 giorni (questo il tempo necessario ad eliminare una brutta abitudine) Jessica Walsh e Tim Goodman si sono frequentati attenendosi a sei regole:

  1. Vedersi quotidianamente
  2. Uscire in coppia almeno 3 volte a settimana
  3. Incontrare un terapista di coppia una volta alla settimana
  4. Affrontare un weekend fuoriporta
  5. Riempire un questionario ogni giorno e documentare tutto
  6. Non frequentare nessun altro.

Le basi di una solida relazione, insomma.

L’impresa “romantica” della coppia è stata documentata giorno per giorno nel blog  fortydaysofdating.com che ha registrato più di 5 milioni di visualizzazioni.

Si sono innamorati?

[SPOILER ALERT]
No. Neanche per sogno. Lei ha anche sposato un altro.

Ma il punto non è questo.
Jessica Walsh e Tim Goodman hanno sviscerato pensieri, sentimenti e condiviso stati d’animo con perfetti sconosciuti per quaranta giorni facendo di un blog una piattaforma altamente interattiva e un potentissimo strumento di visual storytelling: a supporto del progetto sono stati infatti chiamati a partecipare amici e colleghi della coppia, grandi nomi della comunità creativa newyorkese. Ogni singolo racconto della giornata di frequentazione è arricchito da illustrazioni, lettering e fotografie che fanno della piattaforma un punto di riferimento a livello grafico.

40 days of dating è stato fortemente criticato come autocelebrazione degli autori che hanno venduto la propria intimità al grande pubblico permettendogli di vedere, analizzare, sezionare 40 giorni della propria vita amorosa in cambio della celebrità.

“È essenzialmente quello che poeti e registi hanno fatto per anni, mettere sé stessi nel proprio mezzo di comunicazione.” afferma Goodman, ed è tutto ciò che sta alla base dei reality show televisivi e che milioni di persone fanno ogni giorno, condividendo status, twittando e postando foto sui social networks.

Insomma, niente di nuovo all’orizzonte.

Walsh e Goodman hanno però scelto di muoversi attraverso un altro canale rappresentativo del web 2.0: il blog.
Accessibile a chiunque, immediato, a costo (quasi) zero, una piattaforma con cui è possibile interagire, di cui è possibile condividere i contenuti e che fa sì che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé nei protagonisti di questa storia e allo stesso tempo esserne protagonista.
Chapeau.

Insomma, tirando le somme, 40 days of dating è diventato un libro, Jessica Walsh si è sposata, Tim Goodman è ancora single.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Da un po’ di tempo a questa parte si parla sempre più spesso di “proximity indoor”, cioè di un’interazione che permette di veicolare contenuti multimediali verso determinate persone in base alla loro posizione. C’è una scena del film “Minority Report” di Steven Spielberg dove questa tecnologia viene raccontata come la forma pubblicitaria del futuro: Tom Cruise cammina per strada mentre alcuni schermi pubblicitari interagiscono al suo passaggio. Ma se fino a qualche anno fa tutto questo ci poteva sembrare un’idea da (appunto) film di fantascienza, oggi questa tecnologia è già una realtà consolidata. Per generare una simile interazione basta infatti uno strumento hardware e uno software. Il primo si chiama beacon, il secondo è una piattaforma software che fa dialogare il beacon con il device.

I Beacons: cosa sono e come funzionano
I beacons (alla lettera “fari”) sono a tutti gli effetti dei “localizzatori” in grado di segnalare la propria presenza a un device (smartphone o tablet) che si trovi nelle sue vicinanze. Fin qui niente di eccezionale: il fatto è che riesce a farlo attraverso il protocollo BLE (Bluetooth Low Energy), una tecnologia pensata per “l’internet delle cose” capace di trasmettere informazioni wireless consumando pochissima energia (e dunque senza bisogno di alimentazione). I beacons più conosciuti sono prodotti da Apple (da qui il nome “iBeacons”) e funzionano con il sistema operativo Apple iOS (ma anche dispositivi Android possono sfruttarlo).

I beacons per i musei e gli spazi culturali
Fra i loro innumerevoli utilizzi i beacons stanno diventando anche la nuova frontiera tecnologica per rendere interattivi e multimediali i musei e gli spazi culturali. Pensiamo ad esempio di installare dei beacons in una galleria d’arte, posizionandoli vicino a dei quadri: quando un visitatore si avvicina ad un qualsiasi quadro il beacon riconosce la prossimità e fornisce contenuti multimediali su quel quadro (video, musica, informazioni sull’autore, ect). In questo modo visitare una mostra o un museo diventa un’esperienza integrata ed immersiva.

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Ma un uso intelligente dei beacon non si limita solo a questo: possono infatti essere utilizzati anche come fonti per la raccolta dati (valutando ad esempio la popolarità di una mostra o di un’opera d’arte in base al “tempo di sosta” dei visitatori che si fermano ad ammirarla) o come strumenti per il check-in all’ingresso del museo (eliminando biglietti di carta, code, problemi di resto, ect).

Usi innovativi dei beacons nei musei: dalla personalizzazione della visita al gaming
In tutto il mondo sono già molte le istituzioni museali che utilizzano i beacons per arricchire l’esperienza di visita dei loro visitatori e la lista si accresce sempre di più (anche in Italia, come ad esempio i musei di Palazzo Farnese a Piacenza). Ma alcuni musei si sono spinti oltre l’uso convenzionale dei beacons, utilizzando la tecnologia in modo decisamente innovativo. Ne elenchiamo tre, giusto per dare l’idea di quanto in realtà l’uso che se ne possa fare sia potenzialmente illimitato.

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Come spiegato da questo video, oltre alle informazioni aggiuntive a livello multimediale, per ogni quadro i visitatori possono visualizzare una scansione a raggi X o zoommare su un dettaglio. E tutti i beacons formano un sorta di sistema di GPS interno al museo attraverso i quali i visitatori possono seguire percorsi tematici e personalizzati all’interno delle mostre.

Mission-Eureka_Philips-MuseumPhilips Museum (Eindhoven, Olanda) 

Attraverso i beacons si è realizzato un vero e proprio gioco multimediale dedicato ai bambini battezzato “Eureka” e che prevede una sorta di “caccia al tesoro” digitale: i beacons disseminati per le stanze del museo interagiscono con degli iPad consegnati ai partecipanti che in questo modo sono coinvolti in quiz, puzzle e giochi localizzati nelle opere d’arte. Qui c’è un video abbastanza esplicativo dell’esperienza.

ibeacon-mine500New Museum (New York, USA)

Per Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine antiuomo indetta per il 4 aprile dall’ONU, il New Museum di New York ha ospitato una mostra che ha usato i beacons per simulare un campo minato virtuale, utilizzando dei localizzatori dietro le esposizioni ed un’applicazione dedicata. Quando una persona si è avvicinata troppo ad un trasmettitore, il beacon si è comportato come una mina: è “esploso”, rilasciando nelle cuffie del visitatore il rumore di una forte esplosione, seguita da una testimonianza audio di una vittima (reale) dello scoppio di una mina.

L’integrazione con Facebook: i beacons dei musei diventano Social

B8iW-8kIAAARwJPMa i Beacon possono essere pensati non solo per far comunicare il museo con i propri visitatori, ma con chi passa nelle vicinanze del museo (e dunque potenziali visitatori). Ad esempio la scorsa settimana abbiamo parlato dell’introduzione dei “Place Tips” di Facebook e di come, in via ancora sperimentale, in alcuni luoghi di New York siano stati integrati con dei beacons (prodotti da Facebook). Fra questi luoghi c’è anche un Museo: è il Metropolitan che ha consentito di installare al suo interno due beacons che comunicheranno con gli smartphones degli utenti Facebook nelle vicinanze. In questo modo chi si trova nei paraggi del MET ed utilizza il servizio “Place Tips” riceverà una notifica sul proprio profilo di Facebook, visualizzando i suggerimenti le recensioni/suggerimenti degli amici, le foto e i video inerenti al Museo ed altri contenuti geolocalizzati.

#EveryDayClimateChange: gli effetti del riscaldamento globale sbarcano su Instagram

#EveryDayClimateChange: gli effetti del riscaldamento globale sbarcano su Instagram

Raccontare, ogni giorno, l’impatto dei cambiamenti climatici sulla Terra attraverso gli occhi di Instagramers sparsi in tutto il mondo. E’ questo l’obiettivo di “EveryDayClimateChange”, l’account Instagram nato il 1 gennaio 2015. Il progetto è opera del fotografo americano James Withlow Delano e si avvale della collaborazione di 41 fotoreporter professionisti, provenienti da località diverse, affiancati da dilettanti della fotografia, che partecipano alla narrazione attraverso l’hashtag #EveryDayClimateChange.

 

“Spero che riusciremo a coinvolgere nuove persone che normalmente non si preoccuperebbero di questo tema. Siamo in grado di mostrare che il cambiamento climatico sta avvenendo negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone, come nella regione artica e nelle foreste pluviali. Nessuno ne è immune” afferma Delano al sito Climate Central.

Le fotografie spaziano dalla deforestazione in Indonesia, ai quartieri inondati di Bangkok, ai pozzi di petrolio in Niger, alla diminuzione del ghiaccio sulla montagna più alta dell’Ecuador. Alcune rivelano zone e fiumi disseccati, come la provincia di Mendoza in Argentina, il Rio Negro in Brasile o il San Antonio Lake in California, altre isole del Pacifico coperte quasi interamente dall’acqua, mostrando sempre il lato intimo del cambiamento climatico e del suo impatto sulle persone.

 

Il progetto si ispira all’account EveryDayAfrica, nato nel 2012 con l’intento di proporre un’immagine diversa del continente africano: non più un luogo afflitto da guerre, carestie e devastazioni, ma volti, persone e storie di chi lo popola. Oggi EveryDayAfrica conta più di 120.000 followers ed ha portato alla creazione di altri progetti analoghi in Asia, America Latina e Medio Oriente. E ora c’è anche EveryDayClimateChange, che però, a differenza degli altri “EveryDay”, assume una visione globale: l’account è popolato non solo da fotografi professionisti provenienti da tutto il mondo, ma è uno spazio aperto anche a scienziati, perché spieghino più in profondità cosa sta succedendo al nostro pianeta, e a semplici Instagramers pronti ad immortalare, nella loro quotidianità, sfaccettature di fenomeni locali che altrimenti rischierebbero di sfuggire all’attenzione del grande pubblico.