Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Da un po’ di tempo a questa parte si parla sempre più spesso di “proximity indoor”, cioè di un’interazione che permette di veicolare contenuti multimediali verso determinate persone in base alla loro posizione. C’è una scena del film “Minority Report” di Steven Spielberg dove questa tecnologia viene raccontata come la forma pubblicitaria del futuro: Tom Cruise cammina per strada mentre alcuni schermi pubblicitari interagiscono al suo passaggio. Ma se fino a qualche anno fa tutto questo ci poteva sembrare un’idea da (appunto) film di fantascienza, oggi questa tecnologia è già una realtà consolidata. Per generare una simile interazione basta infatti uno strumento hardware e uno software. Il primo si chiama beacon, il secondo è una piattaforma software che fa dialogare il beacon con il device.

I Beacons: cosa sono e come funzionano
I beacons (alla lettera “fari”) sono a tutti gli effetti dei “localizzatori” in grado di segnalare la propria presenza a un device (smartphone o tablet) che si trovi nelle sue vicinanze. Fin qui niente di eccezionale: il fatto è che riesce a farlo attraverso il protocollo BLE (Bluetooth Low Energy), una tecnologia pensata per “l’internet delle cose” capace di trasmettere informazioni wireless consumando pochissima energia (e dunque senza bisogno di alimentazione). I beacons più conosciuti sono prodotti da Apple (da qui il nome “iBeacons”) e funzionano con il sistema operativo Apple iOS (ma anche dispositivi Android possono sfruttarlo).

I beacons per i musei e gli spazi culturali
Fra i loro innumerevoli utilizzi i beacons stanno diventando anche la nuova frontiera tecnologica per rendere interattivi e multimediali i musei e gli spazi culturali. Pensiamo ad esempio di installare dei beacons in una galleria d’arte, posizionandoli vicino a dei quadri: quando un visitatore si avvicina ad un qualsiasi quadro il beacon riconosce la prossimità e fornisce contenuti multimediali su quel quadro (video, musica, informazioni sull’autore, ect). In questo modo visitare una mostra o un museo diventa un’esperienza integrata ed immersiva.

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Ma un uso intelligente dei beacon non si limita solo a questo: possono infatti essere utilizzati anche come fonti per la raccolta dati (valutando ad esempio la popolarità di una mostra o di un’opera d’arte in base al “tempo di sosta” dei visitatori che si fermano ad ammirarla) o come strumenti per il check-in all’ingresso del museo (eliminando biglietti di carta, code, problemi di resto, ect).

Usi innovativi dei beacons nei musei: dalla personalizzazione della visita al gaming
In tutto il mondo sono già molte le istituzioni museali che utilizzano i beacons per arricchire l’esperienza di visita dei loro visitatori e la lista si accresce sempre di più (anche in Italia, come ad esempio i musei di Palazzo Farnese a Piacenza). Ma alcuni musei si sono spinti oltre l’uso convenzionale dei beacons, utilizzando la tecnologia in modo decisamente innovativo. Ne elenchiamo tre, giusto per dare l’idea di quanto in realtà l’uso che se ne possa fare sia potenzialmente illimitato.

maxresdefault1Rubens Art Museum (Anversa, Belgio)

Come spiegato da questo video, oltre alle informazioni aggiuntive a livello multimediale, per ogni quadro i visitatori possono visualizzare una scansione a raggi X o zoommare su un dettaglio. E tutti i beacons formano un sorta di sistema di GPS interno al museo attraverso i quali i visitatori possono seguire percorsi tematici e personalizzati all’interno delle mostre.

Mission-Eureka_Philips-MuseumPhilips Museum (Eindhoven, Olanda) 

Attraverso i beacons si è realizzato un vero e proprio gioco multimediale dedicato ai bambini battezzato “Eureka” e che prevede una sorta di “caccia al tesoro” digitale: i beacons disseminati per le stanze del museo interagiscono con degli iPad consegnati ai partecipanti che in questo modo sono coinvolti in quiz, puzzle e giochi localizzati nelle opere d’arte. Qui c’è un video abbastanza esplicativo dell’esperienza.

ibeacon-mine500New Museum (New York, USA)

Per Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine antiuomo indetta per il 4 aprile dall’ONU, il New Museum di New York ha ospitato una mostra che ha usato i beacons per simulare un campo minato virtuale, utilizzando dei localizzatori dietro le esposizioni ed un’applicazione dedicata. Quando una persona si è avvicinata troppo ad un trasmettitore, il beacon si è comportato come una mina: è “esploso”, rilasciando nelle cuffie del visitatore il rumore di una forte esplosione, seguita da una testimonianza audio di una vittima (reale) dello scoppio di una mina.

L’integrazione con Facebook: i beacons dei musei diventano Social

B8iW-8kIAAARwJPMa i Beacon possono essere pensati non solo per far comunicare il museo con i propri visitatori, ma con chi passa nelle vicinanze del museo (e dunque potenziali visitatori). Ad esempio la scorsa settimana abbiamo parlato dell’introduzione dei “Place Tips” di Facebook e di come, in via ancora sperimentale, in alcuni luoghi di New York siano stati integrati con dei beacons (prodotti da Facebook). Fra questi luoghi c’è anche un Museo: è il Metropolitan che ha consentito di installare al suo interno due beacons che comunicheranno con gli smartphones degli utenti Facebook nelle vicinanze. In questo modo chi si trova nei paraggi del MET ed utilizza il servizio “Place Tips” riceverà una notifica sul proprio profilo di Facebook, visualizzando i suggerimenti le recensioni/suggerimenti degli amici, le foto e i video inerenti al Museo ed altri contenuti geolocalizzati.

Il movimento #Empty su Instagram: la bellezza dei musei catturata a porte chiuse

Il movimento #Empty su Instagram: la bellezza dei musei catturata a porte chiuse

C’è una scena ne “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino in cui il duo Servillo-Ferilli (alias Jep-Ramona) passeggia da solo di notte per la Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma: è un momento magnifico e surreale, dove l’arte è colta in una dimensione atipica, tutt’altro che “da cartolina”. Come per dire che la bellezza a volte è di chi sa raccontarla sapendosi immergere nei suoi silenzi. Magari per distaccarsi al momento giusto, un attimo prima di esserne travolti.
Ecco, cogliere il fascino e l’emozione dei musei e delle loro opere d’arte durante l’orario di chiusura al pubblico è proprio la sfida lanciata dal movimento #empty (alla lettera, “vuoto”). Attraverso l’uso di uno smartphone e di Instagram, un gruppo di utenti creativi decide di raccontare l’emozione che si prova ad attraversare i musei (ma in generale gli spazi culturali) svuotati dalla presenza dei visitatori.

#EmpyMET
Il progetto è nato da un’idea dell’instagramer statunitense Dave Krugman che nel 2013 riesce a farsi dare il permesso dal Metropolitan Museum di New York di accedere al palazzo dopo l’orario di chiusura. Krugman coglie l’occasione al volo: invita altri instagramers e insieme iniziano a scattare fotografie (e a condividerle in rete) alle stanze deserte del Met.

Alcune delle fotografie scattate per #EmptyMET

I risultati sono sorprendenti: le opere d’arte di uno dei più importanti Musei del mondo sono catturate nella loro solitudine, immerse in ambienti completamente vuoti. La prima cosa che ci viene in mente guardando alcune foto è che l’immagine dell’architettura deserta del museo ha qualcosa di non comune e di esclusivo, come se diventasse essa stessa (nuova) Opera d’Arte.

#EmptyROH ed #EmptyTate
Non ci vuole molto che il successo di #emptyMET travalica i confini degli Stati Uniti e arriva all’attenzione di Dolly Brown, instagramer londinese. Nel settembre 2014 è lei ad ospitare il movimento #empty e lo fa – niente poco di meno che – alla Royal Opera House di Londra, forse il più prestigioso Teatro d’opera al mondo. Insieme ad altri 10 Instagramers Brown lancia l’evento #emptyROH una mattina del settembre 2014. Trattandosi di un teatro e non di un museo questa volta il racconto attraverso Instagram diventa un modo per scoprire il “dietro alle quinte”.

Gli scatti per #EmptyROH

L’esperienza, racconterà poi Brown, è unica: “Abbiamo visto i costumi di Manon, i fiori di ciliegio negli oggetti di scena di Madame Butterfly ed assistito alla classe di danza mattutina del Royal Ballet, qualcosa di veramente esclusivo”. Sempre Brown è la promotrice, appena un mese dopo, di un evento #emptyTate alla Tate Modern.

Libertà creativa, promozione ed accessibilità
Analizzandolo più in profondità, il successo del movimento #empty si può spiegare nella capacità di unire in un’unica esperienza tre esigenze.
La prima è quella degli instagramers che possono usufruire di un momento unico ed esclusivo, quello di attraversare dei musei senza visitatori: “quando in uno spazio è occupato da una folla di persone spesso la bellezza della sua architettura tende a passare in secondo piano” racconta Brown – “da soli invece si può sperimentare un senso di libertà creativa mai provato prima”.

Gli scatti per #EmptyTate

La seconda esigenza è quella dell’istituzione museale/culturale che vede promuoversi in modo praticamente gratuito e decisamente non convenzionale in rete, offrendo al pubblico un immaginario unico del suo patrimonio architettonico ed artistico e guadagnandone in visibilità. Ad esempio con #emptyMET il museo newyorkese ha quasi raddoppiato in poche ore i suoi followers su Instagram.
La terza esigenza infine riguarda una nuova forma di accessibilità digitale: contribuisce – attraverso l’uso intelligente dei social media – a connettere il patrimonio culturale con un pubblico giovane, nativo digitale e spesso lontano dal vivere in modo quotidiano i musei e gli spazi culturali. In questo senso di “vuoto” il movimento #empty sembra avere solo il nome: in realtà un “vuoto” sa riempirlo, e in modo decisamente innovativo.

Facebook introduce i Place Tips: cosa sono e come funzionano

Facebook introduce i Place Tips: cosa sono e come funzionano

Ieri Facebook ha annunciato una nuova feature sulla propria piattaforma: si tratta dei Place Tips, un servizio che offre all’utente informazioni e suggerimenti sui luoghi che si trovano nelle sue immediate vicinanze (locali, negozi ma anche Musei). A tutti gli effetti è una mossa che lancia Facebook in diretta concorrenza con servizi di geolocalizzazione molto simili (ad esempio Foursquare o Yelp).

Come funzionano

Facebook Tips si basa sulla tecnologia Gps e sul WiFi dello smartphone: il servizio determina in modo molto preciso la posizione di una persona e se questa si trova vicino ad un determinato luogo vedrà apparire nella propria sezione notizie una notifica relativa ai “tips” del luogo stesso.

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Cliccandoci sopra l’utente potrà accedere a tutti i suggerimenti, alle notizie e alle foto degli amici scattate in quel luogo: ma anche ai post della Pagina ufficiale collegata o gli eventi programmati.

Dove funzionano

Per adesso il servizio sarà limitato all’area metropolitana di New York: è dunque in fase di test e interesserà Central Park, il ponte di Brooklyn, Times Square, la Statua della Libertà e l’Aeroporto JFK. Insieme al funzionamento via Wi-Fi, Facebook sta sperimentando inoltre i Bluetooth beacons, cioè dei dispositivi Bluetooth che possono essere posizionati in determinati luoghi e consentono di inviare informazioni senza bisogno di rete Wi-Fi. Uno di questi luoghi sarà il Metropolitan Museum of Arts.

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E per quanto riguarda la privacy?

Place Tips potrà essere attivato o disattivato dall’utente a seconda delle sue esigenze: funziona solo se decidiamo di autorizzare Facebook ad accedere alla nostra posizione geografica e, anche se attivato, non pubblicherà sul nostro diario il luogo in cui ci troviamo.

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