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A Million Little Pictures

A Million Little Pictures

Eccomi, primo post per il sottoscritto sul blog Dunter. Dopo mesi di silenzio involontariamente voluto mi accingo a occupare il mio piccolo spazio nella rete. Il mio primo post racconta un progetto affascinante e genialmente semplice.

“Un milione di fotografie, un esposizione itinerante attraverso gli States”

La Art House Co-op (già ideatrice di “The Sketchbook Project”) ha da poco lanciato il suo nuovo progetto artistico 2.0: “A Million Little Pictures”. Una collezione itinerante di fotografie, provenienti da tutto il mondo. Lo scopo è quello di raccogliere le storie più disparate tramite la fotografia.
Il progetto propone ai partecipanti di scattare 27 foto su un tema prefissato, utilizzando la speciale macchina fotografica che verrà fornita su richiesta dei partecipanti. La fotocamera disporrà di una sola pellicola con 27 pose (nessun ripensamento, nessuna correzione), queste dovranno essere utilizzate per narrare il tema o la storia prescelta dall’utente.

Una volta conclusa la serie, la pellicola dovrà essere rispedita alla Art House (a Brookliyn, NYC), qui verrà selezionata una sola foto per ogni partecipante. Queste foto verranno poi raccolte assieme creando un nuovo inedito racconto. Quello che inizia come centinaia di esperienze individuali termina in una unica avventura comune. Un viaggio fotografico ideato da migliaia di individui estranei tra di loro, racchiuso in una sola esperienza visiva.

La raccolta di foto diventerà un esposizione itinerante che attraverserà gli States da costa a costa a partire da settembre 2011 (per ora Los Angeles, Denver, Atlanta, NY, altre tappe saranno aggiunte nei prossimi mesi). Durante il tour, l’esposizione sarà “tracciabile” via web. L’utente partecipante potrà conoscere ogni spostamento e ogni tappa del tour, seguendo la propria opera. Sarà quindi possibile sapere quante “visualizzazioni” ha avuto, o quanti spettatori hanno acquistato il formato cartolina della propria fotografia.

amlpConcluso il tour (dicembre 2011) tutte le fotografie verranno archiviate presso la Brookliyn Art Library (sede e archivio della Art House Co-op). Le foto saranno raccolte in un volume cartonato che verrà messo in vendita sul sito o presso la BAL. Inoltre, le foto saranno trasposte e archiviate anche nel formato digitale on-line, dando la possibilità agli utenti di condividerle, commentarle o votarle, stimolando il contatto diretto tra l’artista e lo spettatore.
La community come galleria d’arte open source.

Le iscrizioni partiranno il 31 marzo e le foto dovranno essere inviate entro il 15 giugno presso la BAL.
Se adori immortalare momenti, storie, emozioni e attimi di vita vissuta su pellicola, non perdere questa occasione di metterti “in mostra”.

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Qui troverai tutte le informazioni sul progetto: http://www.arthousecoop.com/projects/amlp

Web behaviour test

Web behaviour test

 

 

La volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una  grande (Archiloco)

In senso figurato, tale verso, indica una delle più profonde differenze che divide l’umanità intera. Esiste infatti un grande divario tra coloro che riferiscono tutto a una visione centrale, con regole che li guidano a capire, a pensare e a sentire, … e coloro che perseguono molti fini , spesso disgiunti e contraddittori, magari collegati soltanto genericamente. La personalità del primo tipo appartiene ai ricci, la seconda alle volpi.

Nell’ universo web, tali attitudini acquistano una certa rilevanza se andiamo ad analizzare la  “Generation Web” , ovvero  la generazione cresciuta conoscendo solo un mondo cablato che entrerà in età adulta avendo speso diecimila ore online.

Nello spazio di una decade, il web ci ha mosso da uno stato di  povertà di informazioni ad uno di ricchezza delle stesse ad una velocità che sarebbe stata davvero incomprensibile in qualsiasi altro momento nella storia umana.

A tal proposito sorgono alcune domande: le persone che utilizzano il web, pensano in maniera diversa da quelle che non lo utilizzano?
Quanto siamo in grado di filtrare l’enorme quantità di informazioni fornite a noi dai motori di ricerca?
Quanto ci concentriamo quando usiamo il web, anche quando lo stiamo usando per prendere decisioni che potenzialmente potrebbero cambiarci la vita?
Qual è il ruolo della memoria in  quello che facciamo sul web? (Quanto dell’attività  online di oggi in realtà ti ricordi?

Per provare a rispondere, sul sito della bbc è possibile fare il Web Behaviour Test.

Dopo essersi registrati, dovrete rispondere ad alcuni test (non voglio anticipare nulla, ma il test è ,per fortuna, molto “sui generis”) ed infine vi verrà indicato l’animale che vi descrive fra 8 “specie web” che si sono evolute negli ultimi vent’anni.

Su un campione di cento persone, di diversa età, sesso e differente utilizzo del web, i risultati sono stati sorprendenti: la generazione web ha risposto alle domande dopo aver guardato la metà del numero di pagine ed impiegando un sesto del tempo di visualizzazione delle informazioni rispetto alle generazioni più mature.

L’inventore pazzo che ruba i Lego ai bambini.

L’inventore pazzo che ruba i Lego ai bambini.

Apro il vecchio scatolone e ritrovo un mondo. Anzi, dei mondi fatti di astronavi, aerei, laboratori e mondi lunari. Coloratissimi e solidi, ingegnosi e ancora vivi, nonostante il tempo passato. Lo spunto per questo tuffo nel passato? Il nuovo clip della Lego.

Un anno fa, l’azienda danese dei sogni componibili, sbarcava in grande stile nel fantastico mondo dei Social Media con la campagna Lego Click: una comunità online nata con l’obiettivo di mettere insieme innovatori, creativi, artisti e pensatori per sviluppare nuove idee legate ai mattoncini.

Il sito fu  progettato per riunire tutte le idee sia in forma scritta, sia con le immagini e sia con i video: il tutto infatti è stato collegato a Twitter, Facebook, Flickr e Youtube per generare continuamente un flusso di idee e un reflusso promozionale. Ad esempio l’hashtag #legoclick viene utilizzato dai novelli designer of game per proporre nuove idee su Twitter.

Il promo dell’iniziativa fu incentrato su un Inventore Pazzo che proprio dal Lego rispolverava la sua capacità di creativo e dava un’accellerata improvvisa alla sua carriera, entrando nella Hall of Fame, in compagnia di Albert Einstein (anch’esso chiaramente chiaramente, in qualche modo, debitore della sua fama ai mattoncini Lego).

Quindi, pochi giorni fa, ecco tornare l’Inventore Pazzo, sempre più allampanato e inaspettatamente ladruncolo: rubacchia manciate di Lego (e le idee) di molti bimbi e li porta nel suo laboratorio. Cosa non si farebbe per un pugno di mattoncini!

Il finale, a mio avviso geniale ed omnicomprensivo del progetto e della vision Lego, gustatevelo in santa pace.

http://www.youtube.com/watch?v=gC0vb9XDz38

Per chi se lo fosse perso, ecco il primo film della saga Lego Click:


http://www.youtube.com/watch?v=OinrOnjzH_A&feature=mfu_in_order&list=UL

Dead Drops, quando il file sharing finisce “al muro”

Dead Drops, quando il file sharing finisce “al muro”

Il ciclone WikiLeaks ha portato alla ribalta dei riflettori lo spinoso tema della libertà di informazione e della sicurezza delle comunicazioni private. Che si tratti di cablogrammi diplomatici o di pettegolezzi piccanti sulla barista del vostro locale preferito, l’affidabilità delle infrastrutture di relazione è fondamentale.  Soprattutto se la barista è fidanzata.

Se avete quindi paura che i vostri dati finiscano nella mani sbagliate esiste una soluzione tanto semplice quanto efficace: condividere i dati con il maggior numero possibile di persone. Non è una contraddizione: la crittografia, ad esempio, si basa su meccanismi simili. Per sperimentare l’efficacia di un codice, infatti, è importante rendere pubblica la chiave di decifratura, per fare in modo che tutti siano in grado di violarla (come nel film Codice Mercury).

In questa direzione si muove Dead Drops, un progetto sviluppato dal media artist tedesco Aram Bartholl all’Eyebeam Art & Technology Centre di New York nell’ottobre 2010.

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Dead Drops è un originale sistema di file sharing peer-to-peer offline, basato su memorie USB fissate all’interno di muri, marciapiedi e palazzi accessibili al pubblico, che permette di condividere file di qualsiasi tipo in maniera assolutamente anonima.

Tutti possono avere accesso ai punti di scambio e utilizzare le memorie: all’interno di ogni scheda, un file Readme illustra le caratteristiche del progetto.

Dead Drops è incentrato sulla critica al cloud computing, una tecnologia basata sull’utilizzo di risorse hardware e software distribuite in remoto che presenta forti incognite relative alla privacy dei dati e alla loro sicurezza. Tutti i lavori di Bartholl approfondiscono l’interazione delle persone all’interno di spazi pubblici e le relazioni sociali derivanti dalla condivisione dei dati.

Un aspetto decisamente interessante di Dead Drops è la sua replicabilità; chiunque può fissare una scheda su un muro della propria città e segnalarlo sulla mappa presente sul sito.

Partendo dalle prime cinque memorie installate dall’artista a New York, oggi sono disponibili in tutto il mondo 104 dead drops per una potenza complessiva di 256 Gb. In Italia è possibile trovare qualche scheda  a Napoli, Roma e una a Verbania.

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Dead Drops è un progetto ironico e fortemente evocativo, che utilizza l’arte per indagare il rapporto tra uomo e tecnologia. O almeno, questo è quello che ho detto agli altri Dunter quando ho provato a convincerli a installare una memoria sul muro esterno dell’ufficio.

Ha funzionato. E Dead Drops ora è anche a Torino.

FON: FREE Wi-Fi in condivisione

FON: FREE Wi-Fi in condivisione

Martin Varsavsky nel 2005 fonda una organizzazione no-profit di nome FON. Spagnoli, lungimiranti, attivi: infatti, dando credito a questa start-up visionaria, nel 2006 Google, Ebay, Skype e qualche altro colosso investono la bellezza di 21 milioni di dollari in questa onlus diventata da poco un’azienda. Sempre nel 2006 ecco un accordo con British Telecom.

Ma qualìè l’idea alla base di tutto? Martin pensò che ogni persona,disponendo di un collegamento privato di banda larga, potesse semplicemente condividerlo via wireless con altri membri della comunità di FON. La crescita è stata impressionante e repentina: dopo 4 anni sono attivi oltre 1 milione e mezzo di utenti (foneros) e oltre 400.000 hotspot FON in tutto il globo.

Ma non è tutto. Ecco come funziona, con un inaspettato ed interessante risvolto economico.

Di solito, quando ci si abbona ad un servizio Adsl, si riceve il segnale tramite la linea telefonica. Questo segnale può essere automaticamente convertito in trasmissione senza fili (Wi-Fi), grazie ad un apposito modem dotato di antenna. Gli appartenenti alla rete FON, invece, hanno uno speciale modem, la “Fonera”, che manda due segnali: uno riservato all’abbonato, l’altro pubblico. Il segnale pubblico viene visto da tutti, ma solo altri appartenenti a FON possono utilizzarlo gratuitamente. Gli altri devono pagare. E lo faranno pagandoti: FON verserà il 50% derivante dalle connessioni avvenute sulla tua Fonera direttamente sul tuo conto Pay Pal!

Per curiosità ho fatto un salto sul sito FON.com e ho catturato l’immagine della mappatura dei foneros del centro di Torino. E mi son stupito di quanti conciddadini siano giàin realtà dei foneros.

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Questa è una opportunità che, in seguito all’abolizione del decreto Pisanu, prenderà ulteriormente il volo anche in Italia.  Anche dati i prezzi dei prodotti, assolutamente not expensive.

Inoltre si stanno rapidamente sviluppando una serie di servizi collegati come ad esempio FonJoikusoft: un software che trasforma il segnale 3g del tuo telefono Nokia in un segnale disponibile per tutti i dispositivi dotati di WiFi, senza chiavette USB o Bluethoot. Oppure Bzeek che trasforma il tuo laptop in un mini FON Spot in modo che sia possibile per gli altri utilizzare il tuo segnale WiFi per connettersi.

A questo indirizzo, invece, potrete trovare i loghi, gli stickers, le immagini per il desktop: insomma quello che serve per diffondere la community.

WiFi per tutti, insomma. Let’s go italian web!