Urban X Stitch: il punto croce diventa street art

Urban X Stitch: il punto croce diventa street art

Rete metallica, stoffa e schemi a punto croce. Non è un rebus ma sono gli ingredienti utilizzati per dar vita all’ultima tendenza in tema di Street Art: l’Urban X Stitch. Si tratta di “ricami urbani” realizzati per la prima volta a Lione da Vanessa e Stéphane, due giovani creativi francesi che con le loro opere hanno trasformato la città in una una tela bianca da decorare.

 

Come funziona?

La tecnica dell’Urban X Stitch riprende i principi di un ricamo conosciutissimo dalle nostre nonne, quello del punto croce. Il tutto però senzo ago in mano e senza pungersi le dita: i due artisti, armati semplicemente di striscioline di stoffa e tanta pazienza (“la realizzazione di un’opera può richiedere anche diverse ore”, confessa Stéphane), danno vita a ricami giganti realizzati su reti di recinzione, cancelli anonimi, panchine o qualsiasi cosa che sia traforata e che possa permettere la lavorazione a punto croce.

Le X, ovvero l’insieme degli incroci colorati, generano opere curiose raffiguranti per lo più fiori, paperelle, pesci o personaggi dei fumetti dai colori fluo e accattivanti, un misto tra graffiti e knit art. E se anche voi volete portare innovazione e un po’ di colore negli angoli bui della vostra città, ecco qui qualche opera da cui trarre ispirazione 😉

 

Urban X Stitch si trova su Facebook.

Questi non sono i Truly Design

Questi non sono i Truly Design

Rems182, Mach505, Mauro149 e Ninja1 sono i Truly Design, un collettivo artistico nato a Torino e costituito da quattro ragazzi accomunati da una passione totalizzante per i graffiti e la street art. Quattro approcci, quattro stili, quattro differenti prospettive che, combinandosi, danno vita ad una sensazionale e feconda sinergia. Oggi Truly Design è una società e studio di arti visive molto vitale che dall’Italia inizia ad affacciarsi all’estero, con risultati sempre sorprendenti. Proprio ora, fino al fino al 27  novembre, la Galo Art Gallery (Via Saluzzo 11g) ospita la mostra dal titolo “Questo non è un graffito” che raccoglie opere indoor del collettivo.
Come Creative Thinkers non potevano sfuggirci: li abbiamo incontrati.

D: L’artista è, essenzialmente, un individualista. Come riuscite a conciliare personalità così diverse e sfaccettate come le vostre e trasformare gli slanci artistici di 4 cervelli e 8 mani in un unico progetto?
T: Ciascuno di noi ha una personalità artistica individuale ma tutti siamo in grado di cooperare inmaniera armoniosa e produttiva: i lavori che ne derivano sono la somma delle nostra  potenzialità artistiche, più che lo snaturamento del singolo. Chi nasce nell’individualismo artistico può andare incrisi ma noi nasciamo come gruppo, come graffitari, e come tali abbiamo sviluppato un inconsueto spirito di squadra che non appartiene ad altri tipi di collettivi artistici. La nostra esperienza ci porta quindi ad andare naturalmente in questa direzione e a condividere tutto. Quando diciamo tutto intendiamo anche gli utili: questo, tra l’altro, ci consente anche di far fronte ai capricci dell’ispirazione individuale che è per sua natura incostante. Siamo artisti, dopotutto…
D: Da graffitari ad artisti completi, spesso legati alle esigenze di una committenza. Come è avvenuto il “salto”?

T: L’esperienza del graffito “puro” si è esaurita, a livello di entusiasmo, all’incirca quando avevamo 20 anni. Il valore aggiunto e l’entusiasmo per continuare l’hanno apportato gli studi e i percorsi sensibilmente diversi che ognuno di noi ha intrapreso e catapultato nel calderone del nostro collettivo artistico. La chiave di volta è stata quindi la contaminazione all’interno del gruppo, che ha spostato e ridefinito i confini del graffito e dell’arte in genere. La categoria dei graffiti è sempre stata chiusa e spesso richiedeva un certo grado di conformismo: il salto è avvenuto nel momento in cui abbiamo preso coscienza del fatto che la ricerca e lo spiegamento di nuovi linguaggi e percorsi andasse inteso necessariamente come sinonimo di perdita di coerenza ma dovesse essere considerato un valore aggiunto.

D: Uno dei lavori più importanti che avete concluso è quello legato al nuovo disco dei Subsonica, Eden. Come nasce la collaborazione con loro? Perché la scelta, per la copertina, di un anamorfismo?
T: Quando i Subsonica si sono trovati a dover realizzare la copertina del nuovo disco hanno chiesto idee e preventivi in alcuni studi, tra cui il nostro. Questo perché Max Casacci era già entrato in contatto con la nostra dimensione acquistando alcune opere Truly in un evento torinese. La proposta che abbiamo avanzato è stata vincente ed il suo valore aggiunto è stato proprio la scelta dell’anamorfismo e quindi la realizzazione di un’opera unica tra grafica e packaging. Dal punto di vista concettuale la nostra proposta era coerente con l’idea di eden che viene proposta nel disco, cioè di un immaginario in cui ciascuno tende a fuggire e a nascondersi: sul retro del cd una stanza vuota, davanti una proiezione mentale e irreale, un’immagine piatta che non ha senso se osservata da altre direzioni.

D: In un’intervista avete parlato della possibilità, nonostante l’apertura della città di Torino alle vostre forme d’arte, di spostarvi all’estero. Si respirano atmosfere migliori?
T: Purtroppo, rispetto all’Italia, si respirano ovunque atmosfere migliori, anche nei paesi tradizionalmente considerati in via di sviluppo. Oseremmo dire che anche l’Europa dell’est, è in crescita dal punto di vista artistico rispetto all’Italia. Spostandoci abbiamo avuto modo di constatare che all’estero molti coetanei hanno delle possibilità davvero concrete e possono contare su un mercato molto dinamico e su acquirenti giovani, che rappresentano il target ideale dei nostri lavori. Questo non significa sia semplice, lavorare all’estero è un sogno ma si tratta di un percorso duro in cui non deve mancare qualche colpo di fortuna e qualche occasione “giusta” da cogliere al volo.
D: Consigli per i giovani artisti che sognano di trasformare la loro passione, l’arte, in un lavoro.
T: Un consiglio imprescindibile: non idealizzare NIENTE. Bisogna essere consapevoli del fatto che il 70% dei lavori commissionati non saranno nelle vostre corde, non saranno tutti stimolanti e interessanti allo stesso modo. Poi, sicuramente consigliamo di prendere coscienza del fatto che vivere facendo soltanto l’artista è un sogno, non una realtà: chi vuole unire le due cose e farne un mestiere deve adattarsi il più possibile perché il momento storico e il paese in cui viviamo non consentono di porsi in maniera selettiva di fronte alle proposte di lavoro. All’inizio sarà dura, probabilmente sarà necessario dividersi tra due lavori. Insomma, il consiglio è: partite senza pretese, preparàti, con una buona dose di realismo nello zaino: se piacete, siete già sulla buona strada!