Il Super Bowl 2015 ha generato 28.4 milioni di tweet

Il Super Bowl 2015 ha generato 28.4 milioni di tweet

Secondo le statistiche pubblicate oggi sul blog ufficiale, la 49ª edizione del Super Bowl è stata la più partecipata di sempre su Twitter, generando circa 28,4 milioni di tweet con hashtag #SB49.

L’anno scorso il Super Bowl aveva generato 24,9 milioni di tweet, mentre nel 2013 aveva toccato quota 24,1 milioni. C’è stata dunque una crescita significativa, considerando anche che nel 2014 Twitter è cresciuto relativamente meno rispetto al 2013 (basti ricordare le difficoltà in borsa della scorsa primavera). Dunque l’incremento del 14% rispetto allo scorso anno è stato un segnale accolto con molto entusiasmo dalla società di San Francisco.

Chi ha seguito la partita sa che il momento di gioco più importante è stato il passaggio intercettato da Malcolm Butler a 20 secondi alla fine, un episodio che ha spianato la vittoria ai Patriots. In quel momento Twitter ha registrato 395.000 tweet al minuto, superando perfino il traffico nell’istante del fischio finale (379.000 tweet al minuto).

A margine della partita un altro frammento molto seguito è stata la performance di Katy Perry (284.000 tweet al minuto al momento della sua conclusione).

Chi volesse approfondire tutti i numeri, li trova qui.

La serie televisiva Covert Affairs lancia una stagione su Twitter

La serie televisiva Covert Affairs lancia una stagione su Twitter

Chi non conosce Covert Affairs? La serie televisiva spionistica più popolare del momento ha lanciato una nuova stagione, teoricamente la terza dell’intera serie. La sorpresa è che però non sarà trasmessa in televisione, ma prenderà vita solo su Twitter.

L’hanno chiamata “Tweetcast” e lunedì ha fatto la sua comparsa sul sito di USA Network, il canale che produce la serie, una settimana tonda dopo la fine della seconda stagione. La trama si snoda stavolta in Ungheria ed è stata totalmente scritta dagli autori stessi del programma TV. La novità è che stavolta si sviluppa attraverso clip video, flussi audio, foto e documenti (falsamente) classificati. Ma non solo: il valore aggiunto rispetto alla classica serie TV è che gli stessi fan possono influenzare l’andamento della storia unendosi alla conversazione su Twitter.

La versione “cinguettante” di Covert Affairs, realizzata con grande maestria dall’agenzia di marketing digitale 360i, è stata anche ispirata dallo stesso Christopher Gorham, attore che interpreta il protagonista cieco Auggie e che da tempo ha un seguito su Twitter. Come Gorham ha spiegato a Entertainment Weekly, l’idea di agenti della CIA che rivelano ogni loro mossa su Twitter richiede una certa sospensione dell’incredulità, proprio quando si guarda una serie in TV. Gorham dice:

“Non è il solito Twitter. … Quando stai seguendo Tweetcast, stai diventando un ufficiale della CIA”.

Chi vuole provare?

Lo stato delle Web TV italiane: intervista a Franco Ferrero

Lo stato delle Web TV italiane: intervista a Franco Ferrero

Ciao Franco, partiamo dal tuo rapporto con la comunicazione con la C maiuscola. Una storia che nasce anni fa e si sviluppa fino ad arrivare al pianeta delle Tv Web. Cosa ti ha attratto e quali i primi progetti in questo ambito?

Una lunga storia. Ho cominciato a scrivere quando avevo 22 anni, battevo gli articoli con la macchina da scrivere portatile e li portavo a mano alla redazione , da cui venivano trasmessi via fax. Niente cellulari e niente PC, riuscite a crederci? Da allora ho continuato ad occuparmi giornalisticamente soprattutto di spettacolo, cultura e territorio. Dal 2007 mi occupo del coordinamento editoriale di ORSO tv, la web tv della Comunità montana Valli Orco e Soana. Il sistema di comunicazione integrato multicanale diffonde contenuti audiovisivi e format locali, generati in parte dagli stessi utenti, attraverso la web tv, il blog e la videocommunity. Mi hanno attratto soprattutto le possibilità partecipative e comunitarie del web 2.0 e la grande chance, per una piccola comunità di montagna, di mostrare se stessa, il proprio territorio, le proprie feste, far sentire la propria voce, potenzialmente a tutto il mondo. Tutti i contenuti audiovisivi della web tv sono infatti dedicati ad eventi, attualità, storia, leggende, tradizioni, lingua, identità culturale della gente e del territorio delle Valli Orco e Soana e sono autoprodotti sul territorio per il territorio, con la collaborazione delle associazioni e della popolazione. Il blog di ORSO TV è diventato ormai da tempo la più aggiornata e completa bacheca sugli eventi e le manifestazioni del territorio, grazie al costante apporto delle associazioni locali che vi inseriscono post relativi a quanto viene organizzato nel loro paese. E’ presente anche un grosso archivio fotografico realizzato dagli utenti con immagini davvero splendide sulle Valli. La sezione videocommunity ospita invece video prodotti direttamente dagli utenti, secondo la logica partecipativa del web 2.0. In questo modo chi visita il territorio, anche solo per una escursione, può inviare la propria video-testimonianza.

Un’attività gratificata dai numeri e dai premi, a quanto mi accennavi…

ORSO TV ha oggi da 17mila a 21mila visitatori al mese, con una media di oltre 500 visitatori al giorno. ORSO TV ha oltre 400 video caricati solamente nella net tv per un totale di più di 50 ore di contenuti on line. Nel 2007 ORSO TV ha ricevuto il 2° premio al concorso del Formez “la P.A. che si vede” al COMPA di Bologna per la categoria “servizi interattivi”. Nel 2008 è stata inserita nella top ten delle web tv italiane nell’ambito del concorso “Paese che vai”. Nel 2009 ha ricevuto il premio come migliore web tv italiana “amarcord” nell’ambito del concorso nazionale “Teletopi”, promosso tra gli altri da Nòva Il Sole 24 ore e Università IULM di Milano. Nel 2010 si è classificata 2° parimerito per la categoria “amarcord” nell’ambito del concorso nazionale “Teletopi”

2) Dall’esperienza con Orso Tv approdi alla FEMI e oggi ne sei coordinatore per il Nord Italia. Quante Tv sono coinvolte e quali gli obiettivi?

La FEMI, nata nel 2009 come Federazione Italiana Micro Web TV, ha oggi circa 200 soci dislocati su tutto il territorio nazionale. FEMI è nata a seguito di una serie di incontri tra le web tv svoltisi all’Università IULM di Milano, grazie al lavoro di monitoraggio e “animazione” del fenomeno, svolto da Giampaolo Colletti, giornalista di Nòva Il Sole 24 ore, oggi presidente della Federazione. Il presidente onorario è Carlo Freccero, uno dei guru della comunicazione televisiva italiana. Nella prima assemblea dei soci sono stato eletto rappresentante delle web tv per il nord Italia e inoltre da fine 2010 mi occupo per FEMI dello sviluppo e attuazione di progetti a finanziamento pubblico con le web tv. Rilevante, da questo punto di vista il progetto “Italy Plays Science” che si è classificato primo a livello nazionale e finanziato dalla UE, dedicato alla comunicazione della “Notte dei ricercatori” che si svolgerà il prossimo 23 settembre a Bologna e in altre 16 località italiane e coinvolgerà le più importanti università e centri di ricerca nazionali. FEMI persegue e incentiva una visione della rete libera e plurale, monitora le attuazioni di normative e regolamenti e propone una articolata serie di iniziative di informazione e formazione legate alla comunicazione via web. FEMI auspica una collaborazione sempre più sinergica e fattiva tra grandi network indipendenti digitali e piccoli e significativi attori del territorio e organizza e conduce dirette streaming “a rete unificata” coinvolgendo la rete delle web tv socie per la diffusione. In questi casi si raggiungono audience dagli 80.000 ai 120.000 net-spettatori.

3) Che dati di ascolto fanno oggi, in media, le Tv Web?

FEMI raccoglie, tra le altre, web tv di enti pubblici, di videomaker per passione e di giornalisti professionisti, la tv della parrocchia o dell’associazione, la street tv che fa comunicazione indipendente, la tv tematica, con livelli di professionalità e di visibilità ovviamente molto diversi. Stimando una media mensile di visitatori unici per le web tv socie FEMI, ci attestiamo intorno ai 5.000 per ciascuna web tv. Se però sommiamo tutti i visitatori di tutte le web tv monitorate dall’Osservatorio, che sono circa 470, otteniamo circa 475.000 visitatori. Dunque micro web tv in quanto attente alle realtà micro, ma non tanto micro in quanto ad ascolti….

4) Come difficoltà principali per lo sviluppo del network, quali riscontri oggi e quali le scommesse future?

La prima difficoltà è l’estrema eterogeneità delle web tv aderenti a FEMI in termini di capacità e ambizioni, obiettivi e strumenti. E’ dunque difficile individuare un percorso di sviluppo e di crescita comune per realtà tanto diverse. Credo però che la pluralità e la diversità sia proprio la ricchezza della Federazione e che la sua biodiversità comunicativa sia da tutelare. Il vantaggio competitivo della FEMI è la sua capillarità, la sua vicinanza al territorio, alla gente, alla notizia. La FEMI sta cambiando e si sta trasformando in Federazione Media Digitali Indipendenti, aggregando anche le web radio, gli aggregatori di contenuti UGC e i blog di informazione. Vogliamo quindi diventare la voce della comunicazione indipendente in rete e non solamente la voce delle web tv, questa la scommessa più importante per il futuro

5) Hai lo spazio per lanciare un appello di interazione ai lettori del Blog di Dunter.

Approfitto e ne lancio due.
1) A coloro che visitano le Valli Orco e Soana e il versante piemontese del Parco Nazionale Gran Paradiso e che girano immagini digitali (con telecamera o anche solo col telefonino) delle loro escursioni e degli eventi: mandate i vostri video a ORSO tv, contattandomi via facebook o via email (franco.ferrero@bbradio.it) per la trasmissione
2) A tutti coloro che sono sul web con una web tv, una web radio, un blog di informazione, formulo un invito a visitare il sito FEMI  e se si condividono gli obiettivi iscriversi. Più siamo e più contiamo….

Dunters don’t text, but like it.


 

Le colpe di Report e le colpe della rete

Le colpe di Report e le colpe della rete

Della puntata di Report su Internet di domenica scorsa se ne sta discutendo un po’ dappertutto, blog, forum, quotidiani online e naturalmente sui Social Network. Come potevamo noi dunters tirarci indietro? Ieri la Gabanelli ha risposto alle critiche e immediatamente Matteo Bordone ha replicato su Wired. Sempre ieri fa Stefania Rimini, autrice dell’inchiesta, ha risposto di nuovo dicendo la sua (anche in modo abbastanza provocatorio).

Personalmente ho già detto la mia in 140 caratteri con un tweet (citato ieri dall’Unità online) parlando non bene della puntata di Report ma tenendo le distanze da certe critiche completamente gratuite. A qualcuno potrà sembrare una contraddizione che, chi come il sottoscritto, lavora appasionatamente in rete per la maggior parte della giornata, si ritrovi a dover difendere Report dai tanti #fail piovuti come pietre dopo la trasmissione di domenica sera. Ma non riesco ad unirmi alla lapidazione pubblica e virtuale della Gabanelli e dei suoi collaboratori. Invece molto laicamente credo che ci sia bisogno di fare delle puntualizzazioni, sulle colpe (che ci sono) di Report e quelle (che pure non mancano) nel feedback negativo di molti utenti.

Report è stato ingenuo? Certo: ha scoperto l'”acqua calda” di come dietro alla gratuità di alcune risorse (da Google a Facebook) si nasconda un universo economico non indifferente, capace di arricchirsi (e di far arricchire). Report è stato approsimativo? Si, assolutamente. Soprattutto nel voler far apparire Facebook come un’entità fagocitante tutta la rete. Forse lo è per molti giovanissimi, ma il web, lo sappiamo, è anche molto altro (Twitter ad esempio è stato relegato in un paio di minuti). Report è stato allarmista? Un pochetto. Perché in confronto alla pubblicità generalista che ci bombarda su riviste e TV la pubblicità mirata sarà anche furba, ma cerca una nuova fidealizzazione con il potenziale cliente. “Il prodotto sei tu”, titolo dell’inchiesta, può sembrare un’affermazione che spaventa. Ma se il fine è modellare il prodotto sui feedback degli utenti, sui loro interessi e sui loro desideri ecco che l’affermazione diventa “il produttore sei tu” (do you remember WyGet?). Ed è già un’altra cosa, l’orizzonte ultimo per cui il consumatore ha un controllo quasi diretto sul prodotto. Infine, la cosa più importante, Report ha disinformato? No, non lo ha fatto. Nonostante abbia evidenziato alcuni aspetti rispetto ad altri (molti dei quali, spam e phishing, ancora dal sapore 1.0) Report ha elencato una serie di questioni (banali, certo) e problemi (ingenui, pure) ma che esitono per molti utenti che forse, sbagliando, non consideriamo.

E veniamo così all’anziana signora assediata dal phishing, quella che già molti hanno chiamato “Sora Cesira”, archetipo dell’anafalbetismo digitale, che non è stata digerita da chi ha criticato Report perché non rappresenterebbe l’utenza media della Rete. Forse è così, ma sicuramente rappresenta (e non solo lei) l’utente che per la prima volta si connette nell’universo internet. Se è vero che quasi 26 milioni di italiani navigano quotidianamente sul web, è anche vero che solo un piccola percentuale di loro ha le capacità culturali e tecnologiche per usufruire a pieno delle potenzialità della Rete, di ignorare i tranelli, di padroneggiare senza problemi lo strumento del web. Gli ultimi dati ISTAT del dicembre scorso parlano chiaro:

Le persone di 6 anni e più che si sono connesse ad Internet negli ultimi tre mesi hanno utilizzato la rete prevalentemente per spedire o ricevere e-mail (78,5%)

Ma anche:

Il 76,3% degli individui di 14 anni e più che hanno usato Internet nei 12 mesi precedenti l’intervista ha dichiarato di aver avuto almeno un problema di sicurezza. I problemi più frequenti sono il ricevere e-mail indesiderate (52,9%) e l’avere il computer infettato da virus che hanno causato la perdita di tempo e/o di dati come i worm, trojan horse ecc. (45,5%).

Dunque Report non ha fatto altro che rivolgersi a tutti, chi in internet ci naviga ed incontra dei problemi (maggioranza di utenti) e chi internet nemmeno lo conosce o lo usa solo al minimo delle sue risorse. I feedback negativi alla trasmissione, in questo senso, appaiono davvero come la critica snobistica di chi ha la capacità di addentrarsi in un medium, conoscerne le virtù ed evitarne le trappole. Norbet Wiener, teorico della cybernetica (e ancora non esistevano i terminali computabili) aveva immaginato un mondo dove le disuguaglianze sociali ed economiche fra gli uomini sarebbero scomparse grazie alla futura centralità della macchina. Ma aveva messo in guarda tutti su un nuovo classismo: quello tecnologico. Il “digital divide” è proprio questo: da una parte chi sfrutta e padroneggia le potenzialità (anche economiche) della tecnologia e dall’altra chi subisce passivamente le logiche più alienanti della tecnologia stessa.

Per questo certi “slogan da stadio” in 140 caratteri non mi sono piaciuti: dalla presa in giro della Sora Cesira all’autoeleggersi “vera rete” contro quella proposta da Report. Se da una parte il pericolo del Digital Divide esiste (e Report ha fatto bene a evidenzialo) dall’altra la Rete non appartiene a nessuno se non a tutti gli utenti che ci navigano, nessuno escluso: dalla Sora Cesira imbrigliata nella propria casella di posta ai nativi digitali che pensano che la Rete sia solo e soltanto la bacheca di Facebook.

Proprio per questo forse dovremmo ragionare in modo meno escludente, perché di “caste” in Italia ne abbiamo già troppe e non ne abbiamo bisogno pure di una “casta digitale”. Forse dovremmo capire che non è nè il ruolo della Televisione generalista nè quello di Report elogiare la rete e nemmeno possiamo pretenderlo perché sfoceremo in un assolutismo culturale (e mediatico) che per definizione non appartiene all’etica della Rete stessa. Forse dovremmo capire che per migliorarla, la Rete, dobbiamo agire nelle sedi adeguate, civili e legislative, per risolvere le contraddizioni con il mondo reale (diritto d’autore compreso) e dare la possibilità a tutti di usufruirne nel modo giusto. Ogni critica alla Rete deve diventare occasione di riflessione per renderla un posto confortevole per altre persone. E questo non si fa a colpi di #fail.

The Voice Of Holland, il talent show social addicted

The Voice Of Holland, il talent show social addicted

Il matrimonio fra Social Media e Televisione continua a stupire. Stavolta parliamo di The Voice Of Holland, il talent show olandese di RTL4. Un format apparentemente tipico, che ad alcuni potrebbe ricordare il nostro X-Factor: cantanti più o meno eccentrici e più o meno talentuosi che si danno sfida per emergere nel vasto panorama musicale nazionale. La differenza è che gli autori di The Voice Of Holland hanno puntato gran parte della loro promozione online con un’integrazione della tramsissione televisiva con i Social Media, soprattutto su Facebook e Twitter. Vediamo cosa è successo.

Da una parte The Voice Of Holland lancia il suo buzz in rete, che agisce nei Social come veicolo di promozione. Il talent offre sy Facebook e Twitter immagini esclusive del backstage, interviste agli artisti in gara e curiosità gossipettare. Ma non solo: nel momento stesso in cui coinvolge il pubblico della rete approfondisce anche il legame con il target di riferimento. Lentamente il “toine of voice” del programma si decostruisce sul linguaggio del pubblico, per apparire più chiaro, più amichevole e socievole.

Ma oltre al lato di comunicazione, i social media assumono anche uno spazio virtuale dove si incrociano interessi commerciali non indifferenti. Ad esempio in una puntata, uno dei giudici del talent show, Angela Groothuizen (una sorta di Simona Ventura olandese, solamente più simpatica), indossava un vestito molto attraente, che in pochi minuti è diventato il vero oggetto di discussione su Twitter. In tempo reale l’azienda che ha prodotto l’abito, si è inserita nel relativo #hastag (#TVOH – The Voice Of Holland) annunciando che l’abito che indossava era in vendita nel loro negozio online. E’ passata appena un’ora, e la società è dovuta intervenire di nuovo su Twitter: “Siamo spiacenti, ma il prodotto è esaurito”. Non male per una serata dietro la televisione.

Una (nemmeno troppo grande) azienda di vestiti è stata la prima beneficiaria del talent, senza nemmeno pagare un soldo per una pubblicità classica, ma solo intervenendo con tempismo in una discussione su Twitter. Samsung Tabs, Vodafone, iPad Apps e Blackberry, ovvero alcuni dei grandi brand che invece sono apparsi in TV con un loro adv durante il talent show probabilmente non hanno avuto lo stesso successo del “sold out”.

Qua sta forse il paradigma più visibile e concreto del matrimonio fra Social Media e TV: costruire relazioni e creazioni di valore gratuite, eppure potentissime, capaci di rovesciare totalmente il modo di approcciarsi alla visione televisiva, sia per i semplici spettatori, sia per i brand che vogliono promuovere i loro prodotti. Ingredienti giusti per un matrimonio felice e a lungo termine. Non credete?