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#MuseumInstaSwap: 18 Musei di New York si sono raccontati a vicenda su Instagram

#MuseumInstaSwap: 18 Musei di New York si sono raccontati a vicenda su Instagram

Ieri, martedì 2 febbraio, è stata una giornata singolare per gli utenti di Instagram che seguono gli account di alcuni musei di New York. Chi sfogliava le foto postate del Jewish Museum all’improvviso si è trovato davanti le opere d’arte dello Studio Museum di Harlem. Chi ha navigato nell’account dell’American Museum of Natural History ha visto i dipinti e le sculture del MoMa (e viceversa).

#MuseumInstaSwap
Lungi dall’essere stato un bug generalizzato su Instagram, gli utenti hanno vissuto in prima persona l’iniziativa #MuseumInstaSwap, con la quale ben 18 musei della grande mela hanno deciso per 24 ore di postare sul proprio account Instagram le opere storiche, artistiche o naturali di un altro museo (che ha ricambiato facendo lo stesso). A tutti gli effetti dei veri e propri gemellaggi su Instagram, in cui un museo ha fatto eco ad un altro e a cui hanno partecipato alcuni fra i più importanti spazi culturali di New York, molto diversi fra loro: dall’Intrepid al Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum, dal Queens Museum fino al Metropolitan Museum of Art.

Da Londra a New York: come funziona
Una sorta di “partnership social”, che prende ispirazione da un progetto simile a cui hanno preso parte dieci musei di Londra nel 2015, fra cui il British Museum e il Victoria and Albert Museum. Ma come funziona esattamente? A New York il referente digital di un museo è stato invitato a visitare il museo da raccontare in diretta su Instagram, e viceversa, per poi procedere ad uno storytelling “incrociato”. Ma l’accoppiamento fra musei non è stato casuale: è stato invece il risultato di un processo di selezione in cui ogni museo ha compilato una lista preferenziale di altre realtà con cui avrebbe voluto essere “swappato”. E’ stato poi un algoritmo che, considerando tutte le preferenze, ha accoppiato i musei partecipanti.

Non solo una condivisione di pubblici
Ma con #MuseumInstaSwap non solo si sono condivisi i rispettivi pubblici su Instagram. In modo sorprendente sono anche nate collaborazioni diverse su terreni inaspettatamente vicini. Ad esempio il Museo di Arte e Design ha scoperto di avere un sacco di cose in comune con il Whitney Museum of American Art. E chi avrebbe detto che il Museum of Contemporary African Diasporan Art avrebbe trovato di avere la stessa mission culturale con la Neue Galerie di New York (un museo di arte tedesca e austriaca)? Perfino Gretchen Scott, il direttore del marketing digitale del MoMA, si è detto entuasiasta di esplorare il Museo di Storia Naturale scoprendo che molti degli artisti che hanno dipinto gli sfondi dei diorami del Museo di Storia Naturale hanno lavorato proprio al MoMa. In questo senso il #MuseumInstaSwap, è diventato anche un modo per conoscere meglio se stessi raccontando gli altri. Dopotutto, come scrisse Paul Aster, “basta guardare qualcuno in faccia un po’ di più, per avere la sensazione alla fine di guardarti in uno specchio”.

Urban X Stitch: il punto croce diventa street art

Urban X Stitch: il punto croce diventa street art

Rete metallica, stoffa e schemi a punto croce. Non è un rebus ma sono gli ingredienti utilizzati per dar vita all’ultima tendenza in tema di Street Art: l’Urban X Stitch. Si tratta di “ricami urbani” realizzati per la prima volta a Lione da Vanessa e Stéphane, due giovani creativi francesi che con le loro opere hanno trasformato la città in una una tela bianca da decorare.

 

Come funziona?

La tecnica dell’Urban X Stitch riprende i principi di un ricamo conosciutissimo dalle nostre nonne, quello del punto croce. Il tutto però senzo ago in mano e senza pungersi le dita: i due artisti, armati semplicemente di striscioline di stoffa e tanta pazienza (“la realizzazione di un’opera può richiedere anche diverse ore”, confessa Stéphane), danno vita a ricami giganti realizzati su reti di recinzione, cancelli anonimi, panchine o qualsiasi cosa che sia traforata e che possa permettere la lavorazione a punto croce.

Le X, ovvero l’insieme degli incroci colorati, generano opere curiose raffiguranti per lo più fiori, paperelle, pesci o personaggi dei fumetti dai colori fluo e accattivanti, un misto tra graffiti e knit art. E se anche voi volete portare innovazione e un po’ di colore negli angoli bui della vostra città, ecco qui qualche opera da cui trarre ispirazione 😉

 

Urban X Stitch si trova su Facebook.

Graphic design is sexy – Graphic Means

Graphic design is sexy – Graphic Means

Se pensiamo alla figura professionale del graphic designer è pressochè impossibile scinderla dal computer in quanto strumento principale del suo lavoro, anzi, possiamo affermare che praticamente ci dorma assieme. Dall’impaginazione al fotoritocco, dall’illustrazione alla tipografia, le lavorazioni riguardanti la produzione grafica riguardano, per la maggior parte, l’ambito digitale anche quando il punto di partenza è analogico.
L’utilizzo del computer nel lavoro del graphic designer gli ha permesso di diventare più rapido, di avere a disposizione funzioni automatiche più precise: comporre un testo, giustificarlo in un colpo solo, annullare un errore con ctrl+Z (o cmd+Z, a seconda della propria fede) sono solo alcune delle migliaia di azioni che il designer può svolgere in meno di un secondo.
Ma che cosa ne era della progettazione grafica prima dell’avvento dei computer e prima che Adobe arrivasse a salvarci tutti (o forse no)? Comporre un layout utizzando forbici e colla, riusciamo ancora ad immaginarlo?
Per rispondere a queste domande Briar Levit, graphic designer americana e assistente alla docenza alla Portland State University, ha deciso di realizzare Graphic Means, un documentario che raccoglie strumenti e processi della progettazione grafica pre-digitale.

Analizzando la transizione che ha portato il graphic design ad essere una disciplina prevalentemente digitale, Briar Levit documenta i cambiamenti apportati dalla tecnologia nel lavoro quotidiano del progettista:

“Volevo anche provare a capire cosa è cambiato e cosa è rimasto invece identico nella cultura del lavoro in studio a seguito dei cambiamenti tecnologici e dei successivi riflessi a livello di modus operandi.”

Graphic Means è la riscoperta degli strumenti alla base del graphic design ma anche delle figure professionali che fornivano questi strumenti ai designer. Una riflessione interessante che emerge in Graphic Means riguarda anche l’aspetto umano del lavoro e l’interazione tra i vari professionisti del settore:

“Sono varie le “mani” che intervengono nella fase di realizzazione di un progetto, dal designer al typesetter, dal fotografo al production designer. Come si strutturavano queste relazioni? Cosa si è irrimediabilmente perso quando abbiamo avuto l’opportunità di far sì che una sola persona curasse tutti questi elementi? Cosa ci abbiamo guadagnato?”

Pensiamo ad esempio alla relazione tra grafici e stampatori: se prima era indispensabile interfacciasi con chi si sarebbe occupato della stampa del nostro progetto, oggi possiamo risolvere il tutto inviando una mail con le indicazioni necessarie alla tipografia o addirittura ricorrere a servizi di stampa online, ricevendo il materiale direttamente a casa.


Con Graphic Means Briar Levit non intende promuovere un ritorno alle origini, bensì aggiungere un tassello indispensabile alla conoscenza e formazione di ogni designer (e non):

“Puoi essere un buon designer anche senza conoscere nessuna di queste cose ma arricchiranno la tua conoscenza della disciplina instaurando un senso di orgoglio scoprendo cosa ha fatto questa gente prima di te.”

Briar Levit e il suo team hanno scelto Kickstarter per lanciare la campagna di crowdfunding che porterà alla realizzazione documentario, figurando come Kickstarter Staff Pick e raggiungendo, a dieci giorni dalla chiusura della raccolta fondi, al 50% del traguardo.

Onehundredforty: il servizio creativo che trasforma i tweets in stampe d’arte

Onehundredforty: il servizio creativo che trasforma i tweets in stampe d’arte

Quante volte ci capita di leggere un tweet talmente geniale che vorremo stamparlo, incorniciarlo e magari attaccarlo al muro della nostra casa o del nostro ufficio? Onehundredforty, il servizio creativo ideato dalla designer svedese Amelia Shroye e dai suoi colleghi dell’agenzia House of Radon, risponde proprio a questa esigenza: bastano pochi click e un qualunque tweet scelto dall’utente può essere trasformato dall’applicazione in una vera e propria stampa artistica, sfruttando un algoritmo che combina fra di loro diversi parametri (disegni, foto, font) creati appositamente da alcuni artisti coinvolti nel progetto.

I creatori del servizio (attualmente ancora in fase di crowdfunding su Kickstarter), ci tengono a precisare che alla base del progetto c’è la volontà di rendere ogni stampa un pezzo unico: ovvero ogni singolo poster prodotto avrà la propria combinazione di design, e non potranno essere venduti più poster con la stessa combinazione. Al momento del lancio il servizio saranno coinvolti 15 artisti diversi, con 50 disegni originali e con più di 5000 possibili risultati progettuali. “E questo” – dicono “è solo l’inizio”.

The Jaunt: l’arte del viaggiare

The Jaunt: l’arte del viaggiare

Viaggiare per creare un’opera d’arte. E’ questa l’idea alla base di The Jaunt, il progetto artistico lanciato da YOUR:OWN, agenzia creativa di origine olandese, ma con sede a Copenhagen. Il tutto è iniziato nell’aprile del 2013 con il primo viaggio del giovane illustratore Rick Berkelmans ad Helsinki seguito, poche settimane dopo, da quello di Collin van der Sluijs in Portogallo.

 

Ma facciamo un passo indietro, in che cosa consiste realmente The Jaunt? L’obiettivo di questo progetto è quello di stimolare la creatività di artisti locali e non offrendo loro l’opportunità di vedere e visitare luoghi nuovi, lontani da casa, in cui possano trovare nuove idee e ispirazioni.

“Allontanarsi dalla quotidianità, allargare i propri orizzonti e provare nuove esperienze è il modo migliore per trovare la giusta ispirazione” spiega Jeroen Smeets, ideatore del progetto.

Una volta ritornati dal viaggio gli artisti dovranno dar vita ad una nuova opera d’arte in edizione limitata (50 pezzi): una serigrafia ispirata al percorso, agli stimoli ed alle sensazioni provate durante l’esperienza appena vissuta.

 

Ma non finisce qui, The Jaunt si autofinanzia completamente: le stampe degli artisti, infatti, vengono vendute a scatola chiusa su The Jaunt.net e possono essere acquistate ad edizione limitata unicamente prima della partenza. In poche parole, chi decide di comprare l’opera è a conoscenza del nome dell’artista e della destinazione in cui verrà mandato, ma il risultato finale rimane una sorpresa.

Un altro aspetto interessante, infine, è di come gli stessi artisti, durante i giorni di viaggio, si dilettino nella scrittura di una sorta di blog (che potete seguire sul sito ufficiale del progetto TheJaunt.net) con le impressioni e le sensazioni day by day della loro avventura creativa.

 

Il prossimo viaggio? E’ il tredicisimo e questa volta sarà il turno di Andrea Wan, artista e illustratrice residente a Berlino, che partirà alla volta dell’Islanda il prossimo 9 aprile. Se volete farvi un’idea dei lavori di Wan e, perché no, avere a casa vostra un’opera dal sapore tutto islandese, potete dare un’occhiata qui. E poi non vi resta che accomodarvi e godervi il viaggio insieme a lei 😉

 

Il progetto The Jaunt si trova su Facebook e sul sito ufficiale.