Graphic design is sexy – Graphic Means

Graphic design is sexy – Graphic Means

Se pensiamo alla figura professionale del graphic designer è pressochè impossibile scinderla dal computer in quanto strumento principale del suo lavoro, anzi, possiamo affermare che praticamente ci dorma assieme. Dall’impaginazione al fotoritocco, dall’illustrazione alla tipografia, le lavorazioni riguardanti la produzione grafica riguardano, per la maggior parte, l’ambito digitale anche quando il punto di partenza è analogico.
L’utilizzo del computer nel lavoro del graphic designer gli ha permesso di diventare più rapido, di avere a disposizione funzioni automatiche più precise: comporre un testo, giustificarlo in un colpo solo, annullare un errore con ctrl+Z (o cmd+Z, a seconda della propria fede) sono solo alcune delle migliaia di azioni che il designer può svolgere in meno di un secondo.
Ma che cosa ne era della progettazione grafica prima dell’avvento dei computer e prima che Adobe arrivasse a salvarci tutti (o forse no)? Comporre un layout utizzando forbici e colla, riusciamo ancora ad immaginarlo?
Per rispondere a queste domande Briar Levit, graphic designer americana e assistente alla docenza alla Portland State University, ha deciso di realizzare Graphic Means, un documentario che raccoglie strumenti e processi della progettazione grafica pre-digitale.

Analizzando la transizione che ha portato il graphic design ad essere una disciplina prevalentemente digitale, Briar Levit documenta i cambiamenti apportati dalla tecnologia nel lavoro quotidiano del progettista:

“Volevo anche provare a capire cosa è cambiato e cosa è rimasto invece identico nella cultura del lavoro in studio a seguito dei cambiamenti tecnologici e dei successivi riflessi a livello di modus operandi.”

Graphic Means è la riscoperta degli strumenti alla base del graphic design ma anche delle figure professionali che fornivano questi strumenti ai designer. Una riflessione interessante che emerge in Graphic Means riguarda anche l’aspetto umano del lavoro e l’interazione tra i vari professionisti del settore:

“Sono varie le “mani” che intervengono nella fase di realizzazione di un progetto, dal designer al typesetter, dal fotografo al production designer. Come si strutturavano queste relazioni? Cosa si è irrimediabilmente perso quando abbiamo avuto l’opportunità di far sì che una sola persona curasse tutti questi elementi? Cosa ci abbiamo guadagnato?”

Pensiamo ad esempio alla relazione tra grafici e stampatori: se prima era indispensabile interfacciasi con chi si sarebbe occupato della stampa del nostro progetto, oggi possiamo risolvere il tutto inviando una mail con le indicazioni necessarie alla tipografia o addirittura ricorrere a servizi di stampa online, ricevendo il materiale direttamente a casa.


Con Graphic Means Briar Levit non intende promuovere un ritorno alle origini, bensì aggiungere un tassello indispensabile alla conoscenza e formazione di ogni designer (e non):

“Puoi essere un buon designer anche senza conoscere nessuna di queste cose ma arricchiranno la tua conoscenza della disciplina instaurando un senso di orgoglio scoprendo cosa ha fatto questa gente prima di te.”

Briar Levit e il suo team hanno scelto Kickstarter per lanciare la campagna di crowdfunding che porterà alla realizzazione documentario, figurando come Kickstarter Staff Pick e raggiungendo, a dieci giorni dalla chiusura della raccolta fondi, al 50% del traguardo.

Paper is sexy: SPAM Magazine

Paper is sexy: SPAM Magazine

Siete nostalgici dell’inchiostro? Feticisti della carta stampata? L’e-book proprio non lo capite e non ci tenete a perdere diottrie leggendo articoli su internet? Allora SPAM Magazine potrebbe essere la rivista che fa per voi. Non lasciatevi intimidire dal nome che ormai avete associato alla posta indesiderata: SPAM è una free-press mensile con l’ambizione di raccogliere i migliori contenuti del web su carta. Ma non finisce qui. Si tratta del primo magazine interamente in Realtà Aumentata: ogni pagina, inquadrata con un mobile device, da accesso a contenuti extra creando così un ponte tra la carta e il web.
La cosa ci ha incuriositi, abbiamo ficcato il naso tra le pagine (cartacee e digitali) di SPAM e abbiamo fatto una chiacchierata con Federico Mirarchi, co-founder della rivista, per capirci qualcosa di più.

Chi c’è dietro Spam Magazine? 

Dietro SPAM ci sono semplicemente Federico e Roberto, un copywriter e un art director con tanta “voglia di fare”, e soprattutto con la voglia di fare le cose fatte bene. Due che ci stanno provando, tutto qui, come ci provano tanti altri ragazzi, che magari non hanno visibilità, magari mai l’avranno, ma che in compenso stanno vedendo diventare concreta un’idea, cosa che dà sempre tanta soddisfazione.

Roberto Piazza e Federico Mirarchi, i fondatori di SPAM Magazine.
Roberto Piazza e Federico Mirarchi, i fondatori di SPAM Magazine.

Spam nasce dall’amore simultaneo per la carta e per il web, due media apparentemente inconciliabili e spesso in conflitto.
Quali sono gli aspetti principali che amate di entrambi i mezzi e come convivono in Spam?
Il magazine nasce da due passioni esatto, la passione per la carta stampata e quella per il digitale. L’idea è stata quella di unire carta e internet in un unico nuovo media. SPAM infatti seleziona i contenuti dal web, scegliendo articoli, recensioni, illustrazioni e fotografie, stampa questi contenuti su carta, dando loro quella materialità emotiva che internet, più freddo e frenetico, non ha, e poi torna al digitale grazie all’utilizzo della Realtà Aumentata: con l’app di SPAM Magazine, infatti, inquadrando le pagine si scoprono contenuti extra quali video, animazioni, oggetti 3D, link di approfondimento, shop online e altri contenuti testuali, per esempio. I due mondi dialogano fin dal principio, il loro stesso dialogo è la base del magazine: contenuti che provengono dal web che vengono stampati su carta e che poi possono essere approfonditi in Realtà Aumentata. Al modo tradizionale di fruire di una rivista abbiamo aggiunto il modo digitale. Riteniamo che questa integrazione tra carta e digitale possa essere il futuro dell’editoria. Noi lo consideriamo il presente ma siamo gli unici ad avere un magazine totalmente in Realtà Aumentata, oltretutto gratuito.

Per capire come funziona SPAM Magazine la cosa migliore è guardare questo video tutorial:

Oltre a, ovviamente, scaricare l’app gratuita SPAM Magazine, per iOS e Android, e inquadrare le pagine della rivista.

Spam promette di raccogliere al suo interno i migliori contenuti del web: con che criteri vengono scelti i contenuti?
Il nostro gusto è il parametro di selezione. Selezioniamo contenuti non ancora esplosi in rete e sui social e che abbiano un sapore informale. La peculiarità del magazine è che l’informazione viene dal basso, dai blogger, quindi niente grandi firme ma punti di vista di persone “normali”. I contenuti che scegliamo inoltre sono “atemporali”, validi oggi e anche tra un anno, senza una scadenza insomma.

Sul web la diffusione di contenuti a scapito delle fonti/autori è una problematica costante: come gestite le fonti a cui attingete e come dialogate con gli autori nel momento in cui decidete di riportare qualcosa che gli appartiene?
Ogni volta che troviamo un articolo o un lavoro interessante, di fotografia o illustrazione, contattiamo gli autori chiedendo il permesso di pubblicare il loro lavoro. Non abbiamo quindi una redazione che scrive in base a un nostro brief, ma selezioniamo contenuti già scritti in cambio di visibilità visto che la rivista è gratuita. Devo dire che i blogger sono molto contenti di partecipare e molti si offrono per collaborazioni continuative totalmente gratuite, ma noi preferiamo dare in ogni numero del magazine, visibilità ad autori diversi.


Perché portare contenuti già esistenti sul web su carta stampata? Non rischia di essere ridondante anche a scapito dell’impatto ambientale?
La lettura su digitale è “mordi e fuggi”, frenetica, spesso di si ferma ai titoli e ai sottotitoli senza approfondire, mentre si legge si è distratti dall’arrivo di una mail, di una chiamata Skype ecc. Con la carta ci si prende il proprio tempo, ci si stacca dalla frenesia di internet. Inoltre, essendo internet un flusso continuo, spesso basta non collegarsi alla rete un giorno per perdere contenuti interessanti. SPAM Magazine rappresenta quella raccolta di “segnalibri” che tutti abbiamo sul nostro browser ma che poi ci dimentichiamo di consultare con calma. Infine, sulla carta diamo ai contenuti dei blog quella dignità grafica che spesso in rete non hanno. Per quanto riguarda il discorso ambientale, noi stampiamo su carta FSC: l’FSC indica standard globali per la gestione  delle foreste, all’insegna dell’equilibrio fra aspetti ambientali, sociali ed economici. Il benessere della comunità e degli ecosistemi forestali è importante quanto la ripiantumazione di alberi per assicurare il futuro delle foreste del mondo. Il sistema FSC fornisce anche una certificazione della gestione delle foreste e della rintracciabilità del legno. Per potersi fregiare dell’etichetta FSC, infatti, il prodotto deve rispettare una serie di standard in ogni fase della lavorazione, trasformazione, distribuzione e stampa, quindi siamo molto attenti. In ogni caso spesso si dà alla carta la colpa della deforestazione quando non è affatto così, per questo vi invito a leggere questi luoghi comuni sulla carta, su un sito che è apparso sul primo numero di SPAM appositamente per sfatare un po’ le cose che si dicono intorno alla cellulosa: http://www.it.twosides.info/Scarica-e-stampa-la-brochure

In Spam, la realtà aumentata costituisce il valore aggiunto della rivista, nonché anello di congiunzione tra carta e digitale: quali sono i contenuti a cui si può accedere e da chi vengono curati?

Grazie all’AR con SPAM possiamo approfondire ogni singolo articolo con video, link di approfondimento, shop online. Oltre ai contenuti editoriali ovviamente si possono approfondire anche i contenuti commerciali. I contenuti dell’AR e sua programmazione vengono curati da noi grazie alla collaborazione di Cristian Contini, il geek del gruppo, che conta, oltre a me e Roberto Piazza, cofounder del progetto, anche la preziosa collaborazione di Roberta Marchesi.


Spam è stato definitivo un prodotto innovativo, in che cosa risiede secondo voi la vera innovazione di questo progetto?

Sicuramente l’AR è il fattore che colpisce di più, ma non sottovalutiamo, in un periodo in cui tutte le aziende ormai si rivolgono a blogger e certi blog assumono il valore di un’azienda, che si cerca tutti di più un’informazione fuori dagli schemi, dal basso appunto, non controllata dalle logiche dell’informazione di massa. L’unione di questi due aspetti sicuramente rende SPAM, almeno a oggi, un magazine unico.

A due anni dal lancio di SPAM, il magazine diventa anglofono e approda a Berlino diventando il primo free magazine in Europa realizzato interamente in realtà aumentata. Vi aspettavate questo successo? Arrivati a questo punto, quali sono i vostri piani per il futuro della rivista?
Quello di Berlino è stato un esperimento ben riuscito, ma comunque un esperimento. Berlino ha raggiunto l’apice in questi anni, diventando il sogno di tutti i giovani e il punto di partenza di start up e aziende. Personalmente anche noi ogni anno facciamo la nostra “puntatina” a Berlino, è una città che amiamo perché in continuo fermento artistico e culturale. Il nostro piano principale resta quello di espanderci in Italia, magari continuando con degli speciali all’estero, ma il nostro business core resta qui, chiaro poi che il sogno sarebbe quello di vedere uno SPAM distribuito in tutto il mondo, con contenuti presi da blog internazionali e con approfondimenti in AR provenienti dai paesi più disparati. Staremo a vedere.

Continuando a parlare di futuro, qual è il vostro punto di vista sulla carta stampata? Inoltre, essendo una free press, il dialogo con gli sponsor sarà fondamentale: avete avuto un riscontro positivo per quanto riguarda la disponibilità ad investire nel buon vecchio formato cartaceo?
Gli investitori si sono dimostrati interessati, alcuni più di altri poi. In certi casi forse è ancora presto, o sono loro troppo indietro, e non hanno capito il progetto, in altri invece, con i brand più lungimiranti, è stato più facile dimostrare il valore aggiunto di SPAM, e l’innovazione che abbiamo portato nell’editoria. Chiaro che essendo un free magazine di alta qualità, come si evince dalla confezione, e vivendo solo di advertising, non è facile, soprattutto in un periodo come questo, ma per fortuna molti brand hanno visto in SPAM qualcosa di mai visto, scusa il gioco di parole, e questo è stato premiante, sia per noi che per il magazine. In generale invece, noi siamo convinti che la carta non morirà mai. Proprio settimana scorsa ho letto un articolo che consigliava di stampare il più possibile perché non resterà più niente dei nostri file. Anche guardando molto molto avanti, quando tra 2000 anni troveranno le nostre chiavette USB non potranno leggerle, la memoria storica sarà cancellata. Speriamo trovino almeno una copia di SPAM Magazine. 🙂

SPAM Magazine lo trovate su Facebook e in digitale su www.spam-magazine.com, se invece volete tastare la sua copertina stampata in rilievo e annusare le pagine fresche di stampa, le copie cartacee sono in distribuzione a Milano o a Berlino.

 

Letterpress is sexy: Archivio Tipografico

Letterpress is sexy: Archivio Tipografico

Vi siete mai chiesti come quel vostro libro preferito si sarebbe potuto realizzare prima dell’avvento della stampa digitale? Sappiamo bene che la vostra risposta sarà “No e non ci interessa.”, ma insistiamo per spiegarvelo. La tecnica si chiama stampa a caratteri mobili anche detta anglofonicamente letterpress e fu introdotta in Europa nel 1455 dal Tedesco Johannes Gutenberg. Con l’avvento del digitale, cosa ne è stato del letterpress? Ebbene questa antichissima disciplina continua a resistere grazie a numerose realtà che si fanno portatrici del verbo, o meglio della stampa, di Gutenberg.
A Torino, in via Brindisi 13, si nasconde Archivio Tipografico, fiero membro della resistenza. Archivio Tipografico dal 2003 è uno spazio per lo studio, la conservazione e l’esercizio della tipografia: dimenticate il buon Johannes Gutenberg e date un caloroso benvenuto a Emanuele Mensa, Nello Russo, Anna Follo, Davide Tomatis, Gabriele Fumero e Davide Eucalipto. In Archivio, il tempo si è fermato e ora scorre veloce, giorno dopo giorno tra il restauro di un carattere e una stampa (o un centinaio.). Abbiamo fatto un paio di domande ai ragazzi di Archivio Tipografico e ci siamo fatti raccontare tutto sul letterpress.


Ok, prima domanda, per scaldarci. Digitale o analogico?
Post-digitale: cerchiamo di sfruttare al meglio i due ambiti.

Descrivete il letterpress a un nativo digitale perfettamente ignorante in materia.
La stampa tipografica è una tecnica che ha più di 500 anni. Si basa sul trasferimento dell’inchiostro dai caratteri a un foglio di carta tramite pressione. Le macchine utilizzate erano anticamente torchi, che si sono evolute in macchine piano-cilindriche o platine.
In 140 caratteri: funziona come un timbro dalla resa #perfetta.

Cosa succede in Archivio Tipografico? Qual è la giornata tipo?
Dipende da che cosa c’è da fare. Di sicuro capita sempre di mettere in ordine o catalogare qualche cassetto di caratteri. Ma anche stampare, preparare il materiale per la stampa,  comporre (ovvero realizzare le composizioni che poi andranno stampate), progettare nuovi prodotti, siano essi poster, biglietti o libri. E comunque sempre stare insieme davanti ad un buon bicchiere e ad una fetta di salame.

Spesso il letterpress viene visto come una disciplina di nicchia o come una pratica riservata agli amanti del vintage (tipo quelli che vanno in giro con il risvoltino ai pantaloni e la bici a scatto fisso, quelli lì, dai.).
Siete d’accordo? 
Quali sono i riscontri pratici del lettepress oggi? Che tipo di richieste ricevete?
Spesso il mondo del web design è visto riservato a quelli con grossi occhiali con le lenti a fondo di bottiglia, no?! Scherzi a parte, è vero che negli ultimi tempi il letterpress è diventato una sorta di moda, ma è anche vero che resta una tecnica che fornisce una qualità di stampa unica. Spesso chi si avvicina a questa tecnologia attirato dall’aspetto “modaiolo” poi resta affascinato molto di più dalle sue peculiarità tecniche e storiche. Certamente è una nicchia, ma è in continua espansione; negli ultimi tempi stiamo ricevendo sempre più richieste per realizzare set di nozze e biglietti di visita, crediamo che questo fenomeno sia dovuto al desiderio di ridare fisicità ai prodotti stampati.


I software dedicati all’impaginazione ormai la fanno da padrone, per non parlare della stampa digitale. 
Nel vostro caso è possibile un dialogo tra digitale e analogico? Esiste un processo digitale nel letterpress?
Sicuramente la possibilità di creare matrici in fotopolimero a partire da file digitali costituisce una sorta di tramite tra questi due mondi. In questo caso il processo di progettazione è totalmente digitale e solo la stampa è analogica. Ultimamente stiamo anche sperimentando tecniche ibride in cui magari partiamo da materiale analogico, vettorializziamo, modifichiamo e creiamo un clichè.

Ma quindi posso mettere un hashtag in lettepress?
L’hash è un simbolo decisamente troppo avanzato, purtroppo non è supportato da nessun carattere in piombo.

E se poi me ne pento? Posso usare ctrl+z?
No, purtroppo no. Ma ci si può consolare degli errori con l’ottimo prosecco in frigo.

Insomma, se c’è Adobe perché state ancora dietro a ‘sta roba?
Ovvero: perché la stampa a caratteri mobili è ancora in uso nonostante la digitalizzazione estrema del tutto e perché è importante secondo voi?
Domanda interessante. Sicuramente il desktop publishing ha portato una grande innovazione nel mondo editoriale, ma è anche vero che, in parte, ha reso la progettazione più distaccata: il comporre un testo su un pc piuttosto che a mano non è una mera differenza di tempo, facilità e possibilità di correzione, ma bensì di coscienza. Ti fa capire veramente molto, sia sul carattere e sull’impaginazione, sia sul prodotto finito e sul suo aspetto. Oltre a ciò riteniamo importante conservare il patrimonio storico e culturale dato dalla stampa tipografica. Alcuni anni fa era possibile riconoscere la provenienza geografica di uno stampato solo dal carattere utilizzato. Questo concetto ci affascina molto e cerchiamo di preservarlo. L’Archivio inoltre è un posto che permette di trovare il giusto equilibro nel mondo iperconnesso e iperdigitale.


Va bene, cambiamo argomento.
Che rapporto ha Archivio Tipografico con la comunicazione digitale e, in particolare, con i social media?
Ci siamo resi conto che anche nel nostro caso, e forse soprattutto, i social media sono fondamentali per diverse ragioni. Una di queste è che le tipografie simili alla nostra sono poche e sparse per il mondo, e solo grazie ai social network riusciamo ad entrare in contatto con loro. Un’altra ragione è mostrare a chi può essere interessato alle nostre lavorazioni o alla nostra collezione che siamo continuamente attivi e produttivi, e che abbiamo sempre novità da comunicare.

Qual è il vostro carattere preferito?
Tutti quei caratteri che sono nati come “risposta” ad una moda del momento ma che poi hanno acquisito una loro identità specifica. Ad esempio il Forma, il Recta ma anche il Mercator, che avrebbero dovuto essere le versioni locali dell’Helvetica, i primi due in Italia e l’ultimo in Olanda. E poi siamo affascinati da tutti i caratteri che non abbiamo mai stampato.

E il vostro social network?
Instagram ci fa molto gioco e ci promuove facilmente nel mondo dei risvoltini e delle biciclette a scatto fisso.

Convincete un nativo digitale perfettamente ignorante in materia che la stampa a caratteri mobili è una cosa bellissima.
Avete presente qui biglietti in carta spessa? Quelli in cui si sente la carta sfondata dalla pressione, con tanto di effetto rilievo? Insomma, roba da far ingelosire il vostro capo? Bene, noi lo possiamo fare.

Archivio Tipografico lo trovate su Facebook, Instagram, Vimeo e Issuu.

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 giorni per innamorarsi.
Suona un po’ come un film che abbiamo già visto, invece si tratta di un esperimento condotto da Jessica Walsh e Timothy Goodman nel 2013.

A rafforzare questo senso di questacosanonmiènuova, il fatto che i protagonisti siano entrambi big del graphic design newyorkese: lei è la Walsh socia del celebre studio Sagmeister & Walsh, lui vanta clienti come The New Yorker e Airbnb.

Jessica e Tim sono amici di vecchia data: lei è un’inguaribile romantica, lui non crede nelle relazioni stabili. Ritrovandosi single nello stesso momento decidono di dare il via ad un esperimento che dovrebbe modificare il proprio comportamento all’interno di una relazione. Per 40 giorni (questo il tempo necessario ad eliminare una brutta abitudine) Jessica Walsh e Tim Goodman si sono frequentati attenendosi a sei regole:

  1. Vedersi quotidianamente
  2. Uscire in coppia almeno 3 volte a settimana
  3. Incontrare un terapista di coppia una volta alla settimana
  4. Affrontare un weekend fuoriporta
  5. Riempire un questionario ogni giorno e documentare tutto
  6. Non frequentare nessun altro.

Le basi di una solida relazione, insomma.

L’impresa “romantica” della coppia è stata documentata giorno per giorno nel blog  fortydaysofdating.com che ha registrato più di 5 milioni di visualizzazioni.

Si sono innamorati?

[SPOILER ALERT]
No. Neanche per sogno. Lei ha anche sposato un altro.

Ma il punto non è questo.
Jessica Walsh e Tim Goodman hanno sviscerato pensieri, sentimenti e condiviso stati d’animo con perfetti sconosciuti per quaranta giorni facendo di un blog una piattaforma altamente interattiva e un potentissimo strumento di visual storytelling: a supporto del progetto sono stati infatti chiamati a partecipare amici e colleghi della coppia, grandi nomi della comunità creativa newyorkese. Ogni singolo racconto della giornata di frequentazione è arricchito da illustrazioni, lettering e fotografie che fanno della piattaforma un punto di riferimento a livello grafico.

40 days of dating è stato fortemente criticato come autocelebrazione degli autori che hanno venduto la propria intimità al grande pubblico permettendogli di vedere, analizzare, sezionare 40 giorni della propria vita amorosa in cambio della celebrità.

“È essenzialmente quello che poeti e registi hanno fatto per anni, mettere sé stessi nel proprio mezzo di comunicazione.” afferma Goodman, ed è tutto ciò che sta alla base dei reality show televisivi e che milioni di persone fanno ogni giorno, condividendo status, twittando e postando foto sui social networks.

Insomma, niente di nuovo all’orizzonte.

Walsh e Goodman hanno però scelto di muoversi attraverso un altro canale rappresentativo del web 2.0: il blog.
Accessibile a chiunque, immediato, a costo (quasi) zero, una piattaforma con cui è possibile interagire, di cui è possibile condividere i contenuti e che fa sì che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé nei protagonisti di questa storia e allo stesso tempo esserne protagonista.
Chapeau.

Insomma, tirando le somme, 40 days of dating è diventato un libro, Jessica Walsh si è sposata, Tim Goodman è ancora single.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Braindance – Cos’hai nel cervello?

Braindance – Cos’hai nel cervello?

Che forma ha la musica?
Che cosa succede nella nostra testa quando ascoltiamo un brano musicale? Un variegato team sloveno di studiosi di neuromarketing, grafici e musicisti ha tentato di trovare la risposta a queste domande.

Braindance (Ples možganov) è un progetto sloveno di neuro-design e data visualization che si propone di colmare il gap tra scienza e arte.
Non solo: Braindance vuole esplorare la connessione e interazione tra diversi sensi e sulla rappresentazione visuale della musica.

Il progetto si basa sull’analisi delle differenze nella visualizzazione dell’attività cerebrale di persone che ascoltano un brano per la prima volta. Con l’aiuto dell’encefalografia (la registrazione dell’attività elettrica dell’encefalo) sono state misurate le onde cerebrali di 20 volontari durante l’ascolto di un pezzo musicale realizzato ad hoc. Il tutto aveva luogo all’interno di una “scatola nera” in cui i soggetti venivano privati di tutti i sensi escluso l’udito.

Gli autori del progetto affermano di essersi concentrati sulla visualizzazione delle due misurazioni più significative e scientificamente comprensibili: concentrazione e flusso. La concentrazione ci rivela quanto è alto il livello di attenzione del soggetto mentre i valori del flusso ci dicono quanto sia rilassato.

I risultati dell’esperimento sono stati visualizzati in una serie di 20 poster e in seguito esibiti. In più, ogni volontario ha potuto portarsi a casa una copia personalizzata dell’immagine del proprio cervello.


Braindance lo potete seguire su Facebook, Twitter, Vimeo o sul sito ufficiale.