Braindance – Cos’hai nel cervello?

Braindance – Cos’hai nel cervello?

Che forma ha la musica?
Che cosa succede nella nostra testa quando ascoltiamo un brano musicale? Un variegato team sloveno di studiosi di neuromarketing, grafici e musicisti ha tentato di trovare la risposta a queste domande.

Braindance (Ples možganov) è un progetto sloveno di neuro-design e data visualization che si propone di colmare il gap tra scienza e arte.
Non solo: Braindance vuole esplorare la connessione e interazione tra diversi sensi e sulla rappresentazione visuale della musica.

Il progetto si basa sull’analisi delle differenze nella visualizzazione dell’attività cerebrale di persone che ascoltano un brano per la prima volta. Con l’aiuto dell’encefalografia (la registrazione dell’attività elettrica dell’encefalo) sono state misurate le onde cerebrali di 20 volontari durante l’ascolto di un pezzo musicale realizzato ad hoc. Il tutto aveva luogo all’interno di una “scatola nera” in cui i soggetti venivano privati di tutti i sensi escluso l’udito.

Gli autori del progetto affermano di essersi concentrati sulla visualizzazione delle due misurazioni più significative e scientificamente comprensibili: concentrazione e flusso. La concentrazione ci rivela quanto è alto il livello di attenzione del soggetto mentre i valori del flusso ci dicono quanto sia rilassato.

I risultati dell’esperimento sono stati visualizzati in una serie di 20 poster e in seguito esibiti. In più, ogni volontario ha potuto portarsi a casa una copia personalizzata dell’immagine del proprio cervello.


Braindance lo potete seguire su Facebook, Twitter, Vimeo o sul sito ufficiale.

#EveryDayClimateChange: gli effetti del riscaldamento globale sbarcano su Instagram

#EveryDayClimateChange: gli effetti del riscaldamento globale sbarcano su Instagram

Raccontare, ogni giorno, l’impatto dei cambiamenti climatici sulla Terra attraverso gli occhi di Instagramers sparsi in tutto il mondo. E’ questo l’obiettivo di “EveryDayClimateChange”, l’account Instagram nato il 1 gennaio 2015. Il progetto è opera del fotografo americano James Withlow Delano e si avvale della collaborazione di 41 fotoreporter professionisti, provenienti da località diverse, affiancati da dilettanti della fotografia, che partecipano alla narrazione attraverso l’hashtag #EveryDayClimateChange.

 

“Spero che riusciremo a coinvolgere nuove persone che normalmente non si preoccuperebbero di questo tema. Siamo in grado di mostrare che il cambiamento climatico sta avvenendo negli Stati Uniti, in Europa, in Giappone, come nella regione artica e nelle foreste pluviali. Nessuno ne è immune” afferma Delano al sito Climate Central.

Le fotografie spaziano dalla deforestazione in Indonesia, ai quartieri inondati di Bangkok, ai pozzi di petrolio in Niger, alla diminuzione del ghiaccio sulla montagna più alta dell’Ecuador. Alcune rivelano zone e fiumi disseccati, come la provincia di Mendoza in Argentina, il Rio Negro in Brasile o il San Antonio Lake in California, altre isole del Pacifico coperte quasi interamente dall’acqua, mostrando sempre il lato intimo del cambiamento climatico e del suo impatto sulle persone.

 

Il progetto si ispira all’account EveryDayAfrica, nato nel 2012 con l’intento di proporre un’immagine diversa del continente africano: non più un luogo afflitto da guerre, carestie e devastazioni, ma volti, persone e storie di chi lo popola. Oggi EveryDayAfrica conta più di 120.000 followers ed ha portato alla creazione di altri progetti analoghi in Asia, America Latina e Medio Oriente. E ora c’è anche EveryDayClimateChange, che però, a differenza degli altri “EveryDay”, assume una visione globale: l’account è popolato non solo da fotografi professionisti provenienti da tutto il mondo, ma è uno spazio aperto anche a scienziati, perché spieghino più in profondità cosa sta succedendo al nostro pianeta, e a semplici Instagramers pronti ad immortalare, nella loro quotidianità, sfaccettature di fenomeni locali che altrimenti rischierebbero di sfuggire all’attenzione del grande pubblico.

Il movimento #Empty su Instagram: la bellezza dei musei catturata a porte chiuse

Il movimento #Empty su Instagram: la bellezza dei musei catturata a porte chiuse

C’è una scena ne “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino in cui il duo Servillo-Ferilli (alias Jep-Ramona) passeggia da solo di notte per la Galleria Nazionale di Arte Antica di Roma: è un momento magnifico e surreale, dove l’arte è colta in una dimensione atipica, tutt’altro che “da cartolina”. Come per dire che la bellezza a volte è di chi sa raccontarla sapendosi immergere nei suoi silenzi. Magari per distaccarsi al momento giusto, un attimo prima di esserne travolti.
Ecco, cogliere il fascino e l’emozione dei musei e delle loro opere d’arte durante l’orario di chiusura al pubblico è proprio la sfida lanciata dal movimento #empty (alla lettera, “vuoto”). Attraverso l’uso di uno smartphone e di Instagram, un gruppo di utenti creativi decide di raccontare l’emozione che si prova ad attraversare i musei (ma in generale gli spazi culturali) svuotati dalla presenza dei visitatori.

#EmpyMET
Il progetto è nato da un’idea dell’instagramer statunitense Dave Krugman che nel 2013 riesce a farsi dare il permesso dal Metropolitan Museum di New York di accedere al palazzo dopo l’orario di chiusura. Krugman coglie l’occasione al volo: invita altri instagramers e insieme iniziano a scattare fotografie (e a condividerle in rete) alle stanze deserte del Met.

Alcune delle fotografie scattate per #EmptyMET

I risultati sono sorprendenti: le opere d’arte di uno dei più importanti Musei del mondo sono catturate nella loro solitudine, immerse in ambienti completamente vuoti. La prima cosa che ci viene in mente guardando alcune foto è che l’immagine dell’architettura deserta del museo ha qualcosa di non comune e di esclusivo, come se diventasse essa stessa (nuova) Opera d’Arte.

#EmptyROH ed #EmptyTate
Non ci vuole molto che il successo di #emptyMET travalica i confini degli Stati Uniti e arriva all’attenzione di Dolly Brown, instagramer londinese. Nel settembre 2014 è lei ad ospitare il movimento #empty e lo fa – niente poco di meno che – alla Royal Opera House di Londra, forse il più prestigioso Teatro d’opera al mondo. Insieme ad altri 10 Instagramers Brown lancia l’evento #emptyROH una mattina del settembre 2014. Trattandosi di un teatro e non di un museo questa volta il racconto attraverso Instagram diventa un modo per scoprire il “dietro alle quinte”.

Gli scatti per #EmptyROH

L’esperienza, racconterà poi Brown, è unica: “Abbiamo visto i costumi di Manon, i fiori di ciliegio negli oggetti di scena di Madame Butterfly ed assistito alla classe di danza mattutina del Royal Ballet, qualcosa di veramente esclusivo”. Sempre Brown è la promotrice, appena un mese dopo, di un evento #emptyTate alla Tate Modern.

Libertà creativa, promozione ed accessibilità
Analizzandolo più in profondità, il successo del movimento #empty si può spiegare nella capacità di unire in un’unica esperienza tre esigenze.
La prima è quella degli instagramers che possono usufruire di un momento unico ed esclusivo, quello di attraversare dei musei senza visitatori: “quando in uno spazio è occupato da una folla di persone spesso la bellezza della sua architettura tende a passare in secondo piano” racconta Brown – “da soli invece si può sperimentare un senso di libertà creativa mai provato prima”.

Gli scatti per #EmptyTate

La seconda esigenza è quella dell’istituzione museale/culturale che vede promuoversi in modo praticamente gratuito e decisamente non convenzionale in rete, offrendo al pubblico un immaginario unico del suo patrimonio architettonico ed artistico e guadagnandone in visibilità. Ad esempio con #emptyMET il museo newyorkese ha quasi raddoppiato in poche ore i suoi followers su Instagram.
La terza esigenza infine riguarda una nuova forma di accessibilità digitale: contribuisce – attraverso l’uso intelligente dei social media – a connettere il patrimonio culturale con un pubblico giovane, nativo digitale e spesso lontano dal vivere in modo quotidiano i musei e gli spazi culturali. In questo senso di “vuoto” il movimento #empty sembra avere solo il nome: in realtà un “vuoto” sa riempirlo, e in modo decisamente innovativo.

Satispay, l’app Made in Italy che vuole sostituire il contante [INTERVISTA]

Satispay, l’app Made in Italy che vuole sostituire il contante [INTERVISTA]

Un team di lavoro formato da 16 giovani (pronti a diventare 24 entro l’estate), un recente aumento di capitale da 5,1 milioni di euro e un obiettivo: 50 mila utenti a fine 2015 e 10-15 milioni entro i prossimi cinque anni. Questi sono i numeri di Satispay, la risposta Made in Italy all’Apple Pay di Tim Cook. Si tratta di un’applicazione completamente gratuita in grado di gestire ed effettuare pagamenti tramite smartphone che ha da poco debuttato nel nostro paese e entro la metà del 2015 si estenderà al resto d’Europa. Ma chi c’è dietro a questa startup 100% italiana? Dario Brignone, esperto informatico, Alberto Dalmasso, attivo nel campo finanziario, e Samuele Pinta, anche lui informatico, tre giovani hungry e foolish alla Steve Jobs, tutti cuneesi e appena trentenni. Noi di Dunter abbiamo incontrato Samuele per scambiare quattro chiacchiere con lui. Ecco com’è andata.

Ciao Samuele! Iniziamo a parlare della vostra startup. Com’è nata l’idea?

E’ iniziato tutto 3 anni fa quando Dario ed Alberto hanno cominciato a cercare una soluzione che coniugasse praticità ed economicità nello scambio di denaro tra privati. Dopo 8 mesi di studio, da gennaio 2013 hanno iniziato a dedicarsi esclusivamente a Satispay. Ed è in quel momento che sono arrivato anch’io a dare una mano. Insieme siamo riusciti a creare il team, sviluppare la piattaforma e raccogliere i capitali necessari. Adesso siamo pronti a spingere sul nostro marchio che deve vivere in modo autonomo pur essendo la soluzione stessa collegata al sistema bancario.

Come funziona Satispay?

Satispay permette agli utenti di creare un wallet collegato direttamente al proprio conto corrente bancario, qualunque esso sia. Ed è proprio in questo che consiste l’innovazione. Esistono molte altre soluzioni sviluppate da ogni singola azienda bancaria, ma sono limitate al solo istituto di credito. Satispay, invece, è una piattaforma di pagamento “universale”, funziona con qualsiasi banca e operatore telefonico: è sufficiente possedere un codice IBAN.

satispay come funziona (1)

Una volta che gli utenti hanno scaricato l’app, dovranno creare un account specificando quanti soldi si vuole disporre ogni settimana per le spese. Satispay, ogni settimana, va infatti ad effettuare una sorta di ricarica prelevando dal conto corrente la somma necessaria per ripristinare il budget specificato. Con Satispay si può quindi scambiare denaro con altri utenti privati e pagare per i propri acquisti nei punti vendita convenzionati in pochi semplici mosse: gli utenti dovranno solamente inserire l’importo, selezionare il contatto o il negozio e attendere la conferma del pagamento. L’applicazione funziona dunque in modo semplice, immediato e intuitivo come WhatsApp o qualsiasi altro comune sistema di messaggistica istantanea.

Parliamo dei competitors. Facebook sta lavorando per integrare i pagamenti sulla sua applicazione Messenger, come da mesi fa Snapchat. Tim Cook ha dichiarato proprio in questi giorni che 2 transazioni su 3 dei mobile payments negli USA viene effettuata tramite smartphone Apple e la relativa applicazione Apple Pay. Cosa vi distingue dalle altre app del settore e come vivete la competizione con due grandi colossi come Facebook e Apple?

Satispay non è solo una semplice app, ma un vero e proprio circuito di pagamento. Il nostro obiettivo è quello di innovare il mondo dei pagamenti: ci siamo sganciati da quelli che sono i sistemi nati 50/60 anni fa e che si sono protratti sino ad oggi; stiamo parlando delle carte di credito, ovviamente. Sistemi che si stanno portando dietro problemi non di poco conto, dai costi di gestione dovuti agli innumerevoli attori, alla scarsa sicurezza. Satispay fonda le proprie basi su nuove regole ed elementi di sicurezza: ricordiamo che l’IBAN non è un dato sensibile, a differenza del numero di carta di credito per il quale è sufficiente la presa di possesso per commettere delle frodi. Tutte le iniziative nate recentemente, Apple Pay in primis, si basano sulle carte di credito semplicemente digitalizzandone l’utilizzo; il pagamento avverà tramite smartphone, ma il circuito sottostante rimarrà quello degli anni ‘50. Su Facebook per ora ci sono solo dei rumors e immagino che la loro intenzione sia quella di rimanere collegati ai circuiti tradizionali già esistenti. Facebook inoltre è una piattaforma che nasce con altri target; avvicinare un processo delicato come quello dei pagamenti ad una piattaforma social potrebbe semplicemente rivelarsi un ostacolo a Facebook stesso. C’è comunque da dire che sia Apple che Facebook sono due grandi nomi e se la loro intenzione è quella di far conoscere metodi di pagamento 2.0 al grande pubblico, tutto questo non potrà che esserci d’aiuto nell’educare la popolazione a questo nuovo approccio al denaro.

Satispay TeamCosa ci dici del futuro di Satispay?

Stanno ora partendo i primi pilot che ci permetteranno di misurare Satispay in mercati a noi vicini e conosciuti. Nelle prossime settimane attiveremo le prime iniziative di marketing, inizialmente focalizzate sulla città di Milano e i suoi atenei universitari e presto ci estenderemo ad altre città italiane.Stiamo già lavorando per ottenere l’autorizzazione come Istituto di Moneta Elettronica in UK per diventare totalmente indipendenti e aprire, entro la fine dell’anno, le porte all’Europa. L’avvento della SEPA (Single euro payments area) nel 2014, ha fatto si che gli standardi di pagamento in 34 paesi del continente venissero armonizzati: siamo di fatto già pronti per ciascuno di questi paesi. Questo ovviamente non limita la volontà di espanderci in futuro anche oltre le frontiere europee.

Dall’idea alla startup: qualche consiglio per i giovani come voi che sognano di trasformare le loro idee in un lavoro?

Non smettere mai di guardare oltre, cercare al di là di quello che può sembrare una barriera o un confine già delineato e trovare le persone giuste, che abbiano la tua stessa visione e lo stesso modo di approcciare l’impresa. Sembrano frasi fatte, ma è esattamente così. Ah e poi, ovviamente… lavorare durissimo!

Il Super Bowl 2015 ha generato 28.4 milioni di tweet

Il Super Bowl 2015 ha generato 28.4 milioni di tweet

Secondo le statistiche pubblicate oggi sul blog ufficiale, la 49ª edizione del Super Bowl è stata la più partecipata di sempre su Twitter, generando circa 28,4 milioni di tweet con hashtag #SB49.

L’anno scorso il Super Bowl aveva generato 24,9 milioni di tweet, mentre nel 2013 aveva toccato quota 24,1 milioni. C’è stata dunque una crescita significativa, considerando anche che nel 2014 Twitter è cresciuto relativamente meno rispetto al 2013 (basti ricordare le difficoltà in borsa della scorsa primavera). Dunque l’incremento del 14% rispetto allo scorso anno è stato un segnale accolto con molto entusiasmo dalla società di San Francisco.

Chi ha seguito la partita sa che il momento di gioco più importante è stato il passaggio intercettato da Malcolm Butler a 20 secondi alla fine, un episodio che ha spianato la vittoria ai Patriots. In quel momento Twitter ha registrato 395.000 tweet al minuto, superando perfino il traffico nell’istante del fischio finale (379.000 tweet al minuto).

A margine della partita un altro frammento molto seguito è stata la performance di Katy Perry (284.000 tweet al minuto al momento della sua conclusione).

Chi volesse approfondire tutti i numeri, li trova qui.