Lettering da Torino: le insegne più belle della città

Lettering da Torino: le insegne più belle della città

“Lettering da” nasce dalla mente di Silvia Virgillo, torinese, classe 1987. Silvia, che nella vita fa la graphic designer, ha studiato grafica e type design tra Torino e Milano e nel 2012 ha deciso di unire la sua curiosità per i dettagli tipografici urbani alla passione per la fotografia dando così vita al primo sviluppo del progetto: Lettering da Torino.

 

Si tratta di una raccolta fotografica di lettering storici o dal disegno insolito, una collezione di insegne, iscrizioni, targhe e numeri civici che ancora impreziosiscono la città di Torino. Ma la sua idea non finisce qui: i lettering più interessanti vengono ridisegnati, vettorializzati e confrontati con alcuni caratteri tipografici già esistenti. L’obiettivo è quello di utilizzarli come punto di partenza per disegnare le lettere mancanti e dare forma ad alfabeti completi dall’impronta tutta torinese.

 

E se anche voi, come Silvia, siete appassionati di lettering urbano e non riuscite a fare a meno di camminare guardando un po’ più in su delle vetrine dei negozi, potete portare “Lettering da” direttamente a casa vostra. L’idea, infatti, è stata concepita e sviluppata con un’ottica espandibile: il nome e il logo sono declinabili anche ad altre città. Giorgia Nardulli, ad esempio, è a caccia di nuovi font in quel di Milano e, da pochi mesi, hanno preso parte a “Lettering da” anche Letizia Macaluso con la versione genovese del progetto e Francesco Paternoster, curatore di Lettering da Matera.

Lettering da Torino si trova su Facebook e Instagram o sul sito ufficiale.

 

Gli Hangouts On Air per un museo espanso e partecipativo

Gli Hangouts On Air per un museo espanso e partecipativo

In un bel libro di Roberto Peregalli, “I luoghi e la polvere” (edito da Bompiani), a un certo punto l’autore scrive: “il museo deve introdurre la gente in un mondo speciale, in cui le opere dei morti dialogano con gli sguardi dei vivi, in un confronto duraturo e fecondo”. La vera sfida per i musei di oggi è in effetti quella di presentarsi come luoghi in cui la tradizionale visita sia capace di generare dialogo ed apprendimento. Il museo non solo come vetrina ma, in un’ottica di rinnovamento dei processi di accesso alla cultura, anche come punto d’incontro e conversazione, capace di coinvolgere il pubblico attraverso nuovi strumenti di socializzazione a disposizione in rete. Uno di questi, senza dubbio, è l’Hangout On Air di Google: questo servizio permette di ripensare la comunicazione e la collaborazione online, aprendo nuovi scenari anche (e soprattutto) per le istituzioni museali. Si tratta a tutti gli effetti di ripensare lo spazio culturale come luogo di capace di incontrare e parlare con il visitatore oltre le proprie mura: un modo innovativo di costruire un vero e proprio “museo espanso”.

Gli Hangouts On Air: cosa sono e come funzionano
L’Hangout è un videoritrovo virtuale basato sulla videochiamata fra più utenti di Google Plus, utile per discutere face-to-face con un massimo di 10 persone. Un Hangout on Air (Hangout in diretta), differisce dal semplice Hangout perché è trasmesso pubblicamente ed aperto a tutti, non solo a quelli che intervengono all’interno della videochiamata: proprio per questo il flusso video della chiamata è pubblicato anche sul canale YouTube, collegato al profilo o alla pagina Google Plus dal quale viene attivato. Tutti possono effettuare un Hangout on Air, basta avere una buona connessione, una webcam e un profilo o pagina Google Plus collegata ad un canale Youtube. Inoltre una serie di estensioni interne al servizio permettono di rendere l’esperienza più interattiva, come ad esempio la possibilità di consentire agli spettatori di commentare e/o inviare domande agli interlocutori.

Gli Hangouts On Air per l’insegnamento e l’educazione all’arte
Un primo uso interessante di hangouts On air è ad esempio connettere i servizi educativi dei musei con i visitatori. In questo senso il MoMa ha proposto un format didattico, gli #ArtHang, per far conversare esperti d’arte con la propria community, coinvolgendo gli utenti in vere e proprie “classi virtuali”.

La sfida è quella avvicinare gli educatori dei musei ad un pubblico, quello di chi vuole approfondire alcuni aspetti del mondo dell’arte, spesso troppo difficile da intercettare (a causa anche semplicemente di problemi logistici). Gli Hangouts in diretta consentono invece di raggiungere chiunque abbia voglia di imparare senza limiti di numero o di fuso orario e il sistema di archiviazione su Youtube permette di collezionare una serie di video sempre fruibili in ogni momento, anche successivamente alla lezione live.

Il museo si fa intrattenitore: l’esempio del Tate
Oltre ad appuntamenti dedicati alla didattica e alla formazione, grazie agli hangout on Air, un museo può anche però proporsi come polo attrattivo per promuovere conversazioni digitali su temi più generali dove l’istituzione museale si confronta con altre culture, coinvolgendo giornalisti, blogger ed opinion leader.

Il Tate ad esempio ha lanciato una serie di appuntamenti mensili alternando per ogni appuntamento un diverso interlocutore: “La musica incontra l’arte”, “La moda incontra l’arte”, “La fotografia incontra l’arte” e così via.

Raccontare le mostre in diretta streaming
Ma il servizio di Hangout on Air può diventare anche un’occasione per accompagnare il visitatore in un tour (in questo caso virtuale) per conoscere una nuova mostra del Museo. Ad esempio, il Nasher Museum di Durham ha utilizzato Hangout on Air per presentare dei pezzi forti di una mostra su Mirò, con il curatore che ha approfondito alcune opere direttamente in diretta streaming.

Utilizzando le apps integrate agli Hangouts che permettono l’interazione di utenti durante lo streaming, è stato possibile anche inviare domande in tempo reale al curatore durante la sua presentazione.

Promuovere le tavole rotonde fra i musei
Un altro uso interessante degli Hangouts On Air è quello di consentire un dialogo trasparente e collaborativo fra i musei su problemi comuni o su tematiche che necessitano un dibattito fra più attori.

La National Art Education Association (NAEA) ad esempio si è fatta promotrice di un format, il “Peer2Peer”, per far dialogare alcune organizzazioni museali in un confronto pubblico ed aperto agli utenti della Rete.

Connettere artisti e pubblico
Non mancano poi esempi veramente innovativi nell’utilizzo di hangout on-air, soprattutto per quanto riguarda il rapporto fra artisti e pubblico: in questi casi il servizio di live streaming apre nuove possibilità di conversazione connettendo l’utente direttamente con l’autore di un’opera d’arte.

In alcuni casi, come nella performance in live streaming dell’artista Autumn Ahn, l’utente attraverso Hangout on Air è stato coinvolto nella “genesi” stessa di un’opera d’arte, diventando parte dell’installazione.

Letterpress is sexy: Archivio Tipografico

Letterpress is sexy: Archivio Tipografico

Vi siete mai chiesti come quel vostro libro preferito si sarebbe potuto realizzare prima dell’avvento della stampa digitale? Sappiamo bene che la vostra risposta sarà “No e non ci interessa.”, ma insistiamo per spiegarvelo. La tecnica si chiama stampa a caratteri mobili anche detta anglofonicamente letterpress e fu introdotta in Europa nel 1455 dal Tedesco Johannes Gutenberg. Con l’avvento del digitale, cosa ne è stato del letterpress? Ebbene questa antichissima disciplina continua a resistere grazie a numerose realtà che si fanno portatrici del verbo, o meglio della stampa, di Gutenberg.
A Torino, in via Brindisi 13, si nasconde Archivio Tipografico, fiero membro della resistenza. Archivio Tipografico dal 2003 è uno spazio per lo studio, la conservazione e l’esercizio della tipografia: dimenticate il buon Johannes Gutenberg e date un caloroso benvenuto a Emanuele Mensa, Nello Russo, Anna Follo, Davide Tomatis, Gabriele Fumero e Davide Eucalipto. In Archivio, il tempo si è fermato e ora scorre veloce, giorno dopo giorno tra il restauro di un carattere e una stampa (o un centinaio.). Abbiamo fatto un paio di domande ai ragazzi di Archivio Tipografico e ci siamo fatti raccontare tutto sul letterpress.


Ok, prima domanda, per scaldarci. Digitale o analogico?
Post-digitale: cerchiamo di sfruttare al meglio i due ambiti.

Descrivete il letterpress a un nativo digitale perfettamente ignorante in materia.
La stampa tipografica è una tecnica che ha più di 500 anni. Si basa sul trasferimento dell’inchiostro dai caratteri a un foglio di carta tramite pressione. Le macchine utilizzate erano anticamente torchi, che si sono evolute in macchine piano-cilindriche o platine.
In 140 caratteri: funziona come un timbro dalla resa #perfetta.

Cosa succede in Archivio Tipografico? Qual è la giornata tipo?
Dipende da che cosa c’è da fare. Di sicuro capita sempre di mettere in ordine o catalogare qualche cassetto di caratteri. Ma anche stampare, preparare il materiale per la stampa,  comporre (ovvero realizzare le composizioni che poi andranno stampate), progettare nuovi prodotti, siano essi poster, biglietti o libri. E comunque sempre stare insieme davanti ad un buon bicchiere e ad una fetta di salame.

Spesso il letterpress viene visto come una disciplina di nicchia o come una pratica riservata agli amanti del vintage (tipo quelli che vanno in giro con il risvoltino ai pantaloni e la bici a scatto fisso, quelli lì, dai.).
Siete d’accordo? 
Quali sono i riscontri pratici del lettepress oggi? Che tipo di richieste ricevete?
Spesso il mondo del web design è visto riservato a quelli con grossi occhiali con le lenti a fondo di bottiglia, no?! Scherzi a parte, è vero che negli ultimi tempi il letterpress è diventato una sorta di moda, ma è anche vero che resta una tecnica che fornisce una qualità di stampa unica. Spesso chi si avvicina a questa tecnologia attirato dall’aspetto “modaiolo” poi resta affascinato molto di più dalle sue peculiarità tecniche e storiche. Certamente è una nicchia, ma è in continua espansione; negli ultimi tempi stiamo ricevendo sempre più richieste per realizzare set di nozze e biglietti di visita, crediamo che questo fenomeno sia dovuto al desiderio di ridare fisicità ai prodotti stampati.


I software dedicati all’impaginazione ormai la fanno da padrone, per non parlare della stampa digitale. 
Nel vostro caso è possibile un dialogo tra digitale e analogico? Esiste un processo digitale nel letterpress?
Sicuramente la possibilità di creare matrici in fotopolimero a partire da file digitali costituisce una sorta di tramite tra questi due mondi. In questo caso il processo di progettazione è totalmente digitale e solo la stampa è analogica. Ultimamente stiamo anche sperimentando tecniche ibride in cui magari partiamo da materiale analogico, vettorializziamo, modifichiamo e creiamo un clichè.

Ma quindi posso mettere un hashtag in lettepress?
L’hash è un simbolo decisamente troppo avanzato, purtroppo non è supportato da nessun carattere in piombo.

E se poi me ne pento? Posso usare ctrl+z?
No, purtroppo no. Ma ci si può consolare degli errori con l’ottimo prosecco in frigo.

Insomma, se c’è Adobe perché state ancora dietro a ‘sta roba?
Ovvero: perché la stampa a caratteri mobili è ancora in uso nonostante la digitalizzazione estrema del tutto e perché è importante secondo voi?
Domanda interessante. Sicuramente il desktop publishing ha portato una grande innovazione nel mondo editoriale, ma è anche vero che, in parte, ha reso la progettazione più distaccata: il comporre un testo su un pc piuttosto che a mano non è una mera differenza di tempo, facilità e possibilità di correzione, ma bensì di coscienza. Ti fa capire veramente molto, sia sul carattere e sull’impaginazione, sia sul prodotto finito e sul suo aspetto. Oltre a ciò riteniamo importante conservare il patrimonio storico e culturale dato dalla stampa tipografica. Alcuni anni fa era possibile riconoscere la provenienza geografica di uno stampato solo dal carattere utilizzato. Questo concetto ci affascina molto e cerchiamo di preservarlo. L’Archivio inoltre è un posto che permette di trovare il giusto equilibro nel mondo iperconnesso e iperdigitale.


Va bene, cambiamo argomento.
Che rapporto ha Archivio Tipografico con la comunicazione digitale e, in particolare, con i social media?
Ci siamo resi conto che anche nel nostro caso, e forse soprattutto, i social media sono fondamentali per diverse ragioni. Una di queste è che le tipografie simili alla nostra sono poche e sparse per il mondo, e solo grazie ai social network riusciamo ad entrare in contatto con loro. Un’altra ragione è mostrare a chi può essere interessato alle nostre lavorazioni o alla nostra collezione che siamo continuamente attivi e produttivi, e che abbiamo sempre novità da comunicare.

Qual è il vostro carattere preferito?
Tutti quei caratteri che sono nati come “risposta” ad una moda del momento ma che poi hanno acquisito una loro identità specifica. Ad esempio il Forma, il Recta ma anche il Mercator, che avrebbero dovuto essere le versioni locali dell’Helvetica, i primi due in Italia e l’ultimo in Olanda. E poi siamo affascinati da tutti i caratteri che non abbiamo mai stampato.

E il vostro social network?
Instagram ci fa molto gioco e ci promuove facilmente nel mondo dei risvoltini e delle biciclette a scatto fisso.

Convincete un nativo digitale perfettamente ignorante in materia che la stampa a caratteri mobili è una cosa bellissima.
Avete presente qui biglietti in carta spessa? Quelli in cui si sente la carta sfondata dalla pressione, con tanto di effetto rilievo? Insomma, roba da far ingelosire il vostro capo? Bene, noi lo possiamo fare.

Archivio Tipografico lo trovate su Facebook, Instagram, Vimeo e Issuu.

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 Days of Dating – L’amore ai tempi dei social media

40 giorni per innamorarsi.
Suona un po’ come un film che abbiamo già visto, invece si tratta di un esperimento condotto da Jessica Walsh e Timothy Goodman nel 2013.

A rafforzare questo senso di questacosanonmiènuova, il fatto che i protagonisti siano entrambi big del graphic design newyorkese: lei è la Walsh socia del celebre studio Sagmeister & Walsh, lui vanta clienti come The New Yorker e Airbnb.

Jessica e Tim sono amici di vecchia data: lei è un’inguaribile romantica, lui non crede nelle relazioni stabili. Ritrovandosi single nello stesso momento decidono di dare il via ad un esperimento che dovrebbe modificare il proprio comportamento all’interno di una relazione. Per 40 giorni (questo il tempo necessario ad eliminare una brutta abitudine) Jessica Walsh e Tim Goodman si sono frequentati attenendosi a sei regole:

  1. Vedersi quotidianamente
  2. Uscire in coppia almeno 3 volte a settimana
  3. Incontrare un terapista di coppia una volta alla settimana
  4. Affrontare un weekend fuoriporta
  5. Riempire un questionario ogni giorno e documentare tutto
  6. Non frequentare nessun altro.

Le basi di una solida relazione, insomma.

L’impresa “romantica” della coppia è stata documentata giorno per giorno nel blog  fortydaysofdating.com che ha registrato più di 5 milioni di visualizzazioni.

Si sono innamorati?

[SPOILER ALERT]
No. Neanche per sogno. Lei ha anche sposato un altro.

Ma il punto non è questo.
Jessica Walsh e Tim Goodman hanno sviscerato pensieri, sentimenti e condiviso stati d’animo con perfetti sconosciuti per quaranta giorni facendo di un blog una piattaforma altamente interattiva e un potentissimo strumento di visual storytelling: a supporto del progetto sono stati infatti chiamati a partecipare amici e colleghi della coppia, grandi nomi della comunità creativa newyorkese. Ogni singolo racconto della giornata di frequentazione è arricchito da illustrazioni, lettering e fotografie che fanno della piattaforma un punto di riferimento a livello grafico.

40 days of dating è stato fortemente criticato come autocelebrazione degli autori che hanno venduto la propria intimità al grande pubblico permettendogli di vedere, analizzare, sezionare 40 giorni della propria vita amorosa in cambio della celebrità.

“È essenzialmente quello che poeti e registi hanno fatto per anni, mettere sé stessi nel proprio mezzo di comunicazione.” afferma Goodman, ed è tutto ciò che sta alla base dei reality show televisivi e che milioni di persone fanno ogni giorno, condividendo status, twittando e postando foto sui social networks.

Insomma, niente di nuovo all’orizzonte.

Walsh e Goodman hanno però scelto di muoversi attraverso un altro canale rappresentativo del web 2.0: il blog.
Accessibile a chiunque, immediato, a costo (quasi) zero, una piattaforma con cui è possibile interagire, di cui è possibile condividere i contenuti e che fa sì che ognuno di noi possa ritrovare qualcosa di sé nei protagonisti di questa storia e allo stesso tempo esserne protagonista.
Chapeau.

Insomma, tirando le somme, 40 days of dating è diventato un libro, Jessica Walsh si è sposata, Tim Goodman è ancora single.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Cosa sono i beacons e come stanno rivoluzionando i musei e gli spazi culturali

Da un po’ di tempo a questa parte si parla sempre più spesso di “proximity indoor”, cioè di un’interazione che permette di veicolare contenuti multimediali verso determinate persone in base alla loro posizione. C’è una scena del film “Minority Report” di Steven Spielberg dove questa tecnologia viene raccontata come la forma pubblicitaria del futuro: Tom Cruise cammina per strada mentre alcuni schermi pubblicitari interagiscono al suo passaggio. Ma se fino a qualche anno fa tutto questo ci poteva sembrare un’idea da (appunto) film di fantascienza, oggi questa tecnologia è già una realtà consolidata. Per generare una simile interazione basta infatti uno strumento hardware e uno software. Il primo si chiama beacon, il secondo è una piattaforma software che fa dialogare il beacon con il device.

I Beacons: cosa sono e come funzionano
I beacons (alla lettera “fari”) sono a tutti gli effetti dei “localizzatori” in grado di segnalare la propria presenza a un device (smartphone o tablet) che si trovi nelle sue vicinanze. Fin qui niente di eccezionale: il fatto è che riesce a farlo attraverso il protocollo BLE (Bluetooth Low Energy), una tecnologia pensata per “l’internet delle cose” capace di trasmettere informazioni wireless consumando pochissima energia (e dunque senza bisogno di alimentazione). I beacons più conosciuti sono prodotti da Apple (da qui il nome “iBeacons”) e funzionano con il sistema operativo Apple iOS (ma anche dispositivi Android possono sfruttarlo).

I beacons per i musei e gli spazi culturali
Fra i loro innumerevoli utilizzi i beacons stanno diventando anche la nuova frontiera tecnologica per rendere interattivi e multimediali i musei e gli spazi culturali. Pensiamo ad esempio di installare dei beacons in una galleria d’arte, posizionandoli vicino a dei quadri: quando un visitatore si avvicina ad un qualsiasi quadro il beacon riconosce la prossimità e fornisce contenuti multimediali su quel quadro (video, musica, informazioni sull’autore, ect). In questo modo visitare una mostra o un museo diventa un’esperienza integrata ed immersiva.

gallery-post

Ma un uso intelligente dei beacon non si limita solo a questo: possono infatti essere utilizzati anche come fonti per la raccolta dati (valutando ad esempio la popolarità di una mostra o di un’opera d’arte in base al “tempo di sosta” dei visitatori che si fermano ad ammirarla) o come strumenti per il check-in all’ingresso del museo (eliminando biglietti di carta, code, problemi di resto, ect).

Usi innovativi dei beacons nei musei: dalla personalizzazione della visita al gaming
In tutto il mondo sono già molte le istituzioni museali che utilizzano i beacons per arricchire l’esperienza di visita dei loro visitatori e la lista si accresce sempre di più (anche in Italia, come ad esempio i musei di Palazzo Farnese a Piacenza). Ma alcuni musei si sono spinti oltre l’uso convenzionale dei beacons, utilizzando la tecnologia in modo decisamente innovativo. Ne elenchiamo tre, giusto per dare l’idea di quanto in realtà l’uso che se ne possa fare sia potenzialmente illimitato.

maxresdefault1Rubens Art Museum (Anversa, Belgio)

Come spiegato da questo video, oltre alle informazioni aggiuntive a livello multimediale, per ogni quadro i visitatori possono visualizzare una scansione a raggi X o zoommare su un dettaglio. E tutti i beacons formano un sorta di sistema di GPS interno al museo attraverso i quali i visitatori possono seguire percorsi tematici e personalizzati all’interno delle mostre.

Mission-Eureka_Philips-MuseumPhilips Museum (Eindhoven, Olanda) 

Attraverso i beacons si è realizzato un vero e proprio gioco multimediale dedicato ai bambini battezzato “Eureka” e che prevede una sorta di “caccia al tesoro” digitale: i beacons disseminati per le stanze del museo interagiscono con degli iPad consegnati ai partecipanti che in questo modo sono coinvolti in quiz, puzzle e giochi localizzati nelle opere d’arte. Qui c’è un video abbastanza esplicativo dell’esperienza.

ibeacon-mine500New Museum (New York, USA)

Per Giornata internazionale per la sensibilizzazione sulle mine antiuomo indetta per il 4 aprile dall’ONU, il New Museum di New York ha ospitato una mostra che ha usato i beacons per simulare un campo minato virtuale, utilizzando dei localizzatori dietro le esposizioni ed un’applicazione dedicata. Quando una persona si è avvicinata troppo ad un trasmettitore, il beacon si è comportato come una mina: è “esploso”, rilasciando nelle cuffie del visitatore il rumore di una forte esplosione, seguita da una testimonianza audio di una vittima (reale) dello scoppio di una mina.

L’integrazione con Facebook: i beacons dei musei diventano Social

B8iW-8kIAAARwJPMa i Beacon possono essere pensati non solo per far comunicare il museo con i propri visitatori, ma con chi passa nelle vicinanze del museo (e dunque potenziali visitatori). Ad esempio la scorsa settimana abbiamo parlato dell’introduzione dei “Place Tips” di Facebook e di come, in via ancora sperimentale, in alcuni luoghi di New York siano stati integrati con dei beacons (prodotti da Facebook). Fra questi luoghi c’è anche un Museo: è il Metropolitan che ha consentito di installare al suo interno due beacons che comunicheranno con gli smartphones degli utenti Facebook nelle vicinanze. In questo modo chi si trova nei paraggi del MET ed utilizza il servizio “Place Tips” riceverà una notifica sul proprio profilo di Facebook, visualizzando i suggerimenti le recensioni/suggerimenti degli amici, le foto e i video inerenti al Museo ed altri contenuti geolocalizzati.